Non chiamatemi(li) bookblogger…

Un post di cui, forse, voi non sentivate il bisogno ma io sì. Dove vi svelo perché non sono una book blogger, una book influencer, una book-qualcosa-in-inglese, ma solo una grande appassionata di libri con la voglia di contagiare più persone possibile.

Le etichette non mi sono mai piaciute.

Quando mi chiedono “che lavoro fai” dico sempre: “Faccio siti internet”, che in parte è anche vero ma è sicuramente molto più semplice da spiegare rispetto a:

“Mi occupo di SEO e contenuti per il web, individuando le keyword migliori per posizionare la tua attività su Google e studiando la strategia di web marketing più efficace per comunicare i tuoi prodotti e i tuoi servizi”.

Ogni tanto, è vero, mi definisco anche book blogger, ma più che altro perché so che è così che molti mi vedono.

In realtà ho una laurea magistrale di Editoria e Comunicazione Multimediale, nel 2020 saranno 10 anni che sono iscritta all’Ordine dei Giornalisti e dal 2013 anni “spaccio consigli di lettura” (cit.) con un blog e relativi canali social.

Lo faccio principalmente per due motivi:

  1. Io con il web, come si è forse capito, ci lavoro, quindi la comunicazione online è la forma di comunicazione che attualmente mi riesce meglio.
  2. Leggo (tanti) libri e mi piace condividere quello che mi cattura raccontandolo ad altre persone.

Se per questo rientro nella CATEGORIA dei book blogger, mi fa solo che piacere (dopotutto se sono arrivata 2° ai MacchiaNera Internet Awards come “Miglior Sito Letterario” quest’anno, vuol dire che qualcuno quei consigli li legge e magari li prende anche in parola).

Ma ritengo che sparare a zero su una categoria sia sempre sbagliato.

Nell’articolo apparso su Il Giornale qualche giorno fa si fanno nomi e cognomi di “colleghi” che, ammetto, nemmeno io stessa conosco (ma magari voi si). Perché vengono citati loro e non altri? Perché erano quelli presenti alla fiera “Più Libri Più Liberi” nello spazio dedicato ai book influencer, in cui – devo fare outing – anche io ero stata invitata, ma per impegni di salute e di lavoro non sono riuscita a presenziare (anche se mi sarebbe piaciuto).

Ce ne sono anche altri, di “influencer” in ambito letterario, secondo me molto più validi e quotati per rientrare nella categoria dei “book blogger”, di cui ascolto volentieri i suggerimenti trovandoci, molte volte, consigli su libri che mi erano sfuggiti o a cui mai avrei dato una possibilità.

Volete dei nomi? Giulia Ciarapica, Zelda Was a Writer e Interno Storie, solo per citare i primi 3 che mi sono venuti in mente.

Il giornalista si chiede perché le case editrici dovrebbero affidare (come spesso fanno) la sorte dei loro prodotti editoriali a chi competenze in materia non ne ha, perché non è un critico o giornalista, non è uno scrittore, insomma non è uno “dentro la materia”.

La mia risposta?

Perché il libro da leggere non te lo deve PER FORZA consigliare il grande critico letterario, il giornalista ottuagenario con anni di pubblicazioni alle spalle o lo scrittore pluripremiato. I consigli sulle letture possono arrivare anche dalla mamma, dalla nonna, dalla cugina, dall’amica, dalla book blogger, dal libraio o dalla bibliotecaria (a me è successo molte volte, ed è sempre stato un successo).

Chiunque sia a parlarti di un libro, l’importante è che riesca a farti venire la voglia di leggerlo, per scoprire un mondo fatto di storie, personaggi, avventure. L’importante è che ti metta dentro l’irrefrenabile voglia di leggere e non riuscire più a farne a meno.

“C’è la necessità per il mondo culturale e letterario di forme e contenuti che si distinguano dalla superficialità del dibattito pubblico dei nostri tempi a cui la maggioranza dei book influencer sembra invece contribuire” dice Francesco Giubilei, su Il Giornale. 

A mio avviso c’è invece la necessità di spingere le persone a leggere di più, perché leggere è bellissimo. E chiunque può arrogarsi questo diritto!

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