L’impostore – Javier Cercas

Se mi seguite su Instagram o Facebook sapete già quanto io sia rimasta colpita da L’impostore di Javier Cercas. Un libro che mi ha lasciata a dir poco senza fiato, per la bravura di questo scrittore che (non si finisce mai di imparare) io ancora non conoscevo, e per l’assurdità di una storia che in realtà è tremendamente reale. Enric Marco, oggi ultranovantenne, ha finto per 60 anni di essere un ex deportato dei campi di concentramento. Sessant’anni di bugie e imbrogli, da lui “giustificati” con lo scopo didattico di informare più persone possibili, e soprattutto i giovani a cui spesso si trovava a parlare, di un crimine orrendo perpetrato ai danni dei più deboli senza motivi validi o giustificazioni. Lui stesso definisce

le fantasie che aveva raccontato sulla sua permanenza nel campo di Flossenburg […] una legittima, istruttiva e benintenzionata traslazione, al massimo un po’ colorita. delle pene che aveva sofferto.

Su gentile concessione dell’editore ecco qui le pagine iniziali, forti come mastice tanto da incollarmi gli occhi al libro e non volerlo più abbandonare. Di Marco ne hanno scritto in tanti, Vargas Llosa e Claudio Magris solo per citarne due che compaiono anche nel romanzo: ma quello che Cercas è riuscito a fare, sebbene sia stato scettico e dubbioso fin dall’inizio sull’effettiva bontà delle sue intenzioni, è delineare un ritratto quanto più fedele e preciso di questo imbroglione patentato, non per giustificarlo ma per raccontarne la storia come effettivamente doveva essere raccontata, dall’inizio e senza menzogne, scrivendo un romanzo senza finzione.

Due le storie che si intrecciano nel libro: quella, appunto, di Enric Marco ricostruita a suon di racconti e interviste dall’investigatore-scrittore Cercas, e quella della Spagna dal 1921 ad oggi. La magistralità dell’opera si rifà a una tecnica già adottata da due altri grandi della letteratura – Truman Capote ed Emmanuel Carrère – e consiste nell’inserimento della voce “narrante” all’interno del romanzo, con i suoi dubbi e i suoi interrogativi. Come i due scrittori, anche Cercas vuole conoscere da vicino il suo personaggio e tentare di entrare nella sua mente per sviscerarne un mondo fatto di finzione e taroccamenti.

L’affaire Marco è storia vera. Ci sono le prove trovate dallo storico Bermejo a distruggere il castello che lo spagnolo antifranchista si era costruito. Un castello di carte (i documenti falsificati, i certificati mai ottenuti) che brucia in un attimo ma lascia un odore spregevole, nell’aria. E il dubbio si insinua in Cercas e nel lettore: tutti noi mentiamo o lo abbiamo fatto, almeno una volta. Allora tutti siamo Enric Marco?

L’enigma finale di Marco è la sua assoluta normalità; e anche la sua eccezionalità assoluta: Marco è ciò che tutti noi siamo, soltanto in maniera esagerata, più grande, più intensa e più visibile, o forse è tutti gli uomini, o forse non è nessuno, un grande contenitore, un insieme vuoto, una cipolla a cui sono stati tolti tutti gli strati di pelle e non è più nulla, un luogo in cui confluiscono tutti i significati, un punto cieco attraverso cui si vede tutto, un’oscurità che tutto illumina, un grande silenzio eloquente, un vetro che riflette l’universo, un vuoto che possiede la nostra forma, un enigma la cui soluzione ultima è che non ha soluzione, un mistero trasparente che tuttavia è impossibile decifrare, e che forse è meglio non decifrare.

Il parallelismo che percorre gran parte del libro, quello tra Marco e il romanziere, entrambi dediti alla finzione, è uno degli elementi che più ho apprezzato. Fa riflettere come, spesso, il romanziere inganni il suo lettore con una storia inventata di sana pianta. E a tratti anche lo stesso autore spagnolo non sa darsi pace nel cercare una risposta. Poi, durante l’ennesima intervista all’impostore, ammette:

Tutti sanno che i romanzieri ingannano, ma nessuno sapeva che lei lo faceva. Perché l’inganno del romanziere è un inganno consentito, e il suo no. Perché il romanziere ha l’obbligo di ingannare, e lei aveva l’obbligo di dire la verità.

Ed è questo che non permette di salvare, giustificare o perdonare Enric Marco: aveva l’obbligo di dire la verità e non di mentire, in memoria di chi tutte quelle atrocità le ha vissute veramente e non ci si è lodato affatto, ma anzi le ha tenute ben nascoste nel suo cuore, impresse nella mente, per non rivivierle mai più, pur rivivendo le ogni giorno. La testimonianza delle barbarie naziste è importantissima per la storia, per dar modo a chi è venuto dopo di sapere cosa c’era prima, ma questo non autorizza nessuno a impossessarsene quando non sono sue.

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  1. Avatar veronica

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