L’arte della vittoria – Phil Knight #librodelmese Settembre 2016

Sapevo che L’arte della vittoria mi avrebbe ispirato, ma non avrei mai pensato di poterlo inserire tra i libri più belli letti quest’anno. L’autobiografia di Phil Knight, fondatore della Nike, è uno di quei volumi che vanno conservati sul comodino perché emanano un potere anche solo restando chiusi. E addentrandovi nelle pagine, scoprirete che dietro alla nascita di una delle aziende più grandi e importanti del mondo c’è molto di più di una semplice Idea Folle.

A ventiquattro anni avevo un’Idea Folle, e in qualche modo, pur frastornato dall’angoscia esistenziale, dai timori per il futuro e dai dubbi su di me, come capita a tutti i giovani uomini e donne di quell’età, decisi che il mondo è fatto di idee folli. La storia è una lunga processione di idee folli.

Come si è insinuata questa Idea Folle, nella testa di Knight? È lui stesso a svelarlo, raccontando la sua storia proprio dall’inizio.

Come tutti i miei amici aspiravo al successo. A differenza di loro non sapevo che cosa significasse. Soldi? Forse. Una moglie? Dei figli? Una casa? Certo, se avessi avuto fortuna. Erano questi gli obiettivi ai quali mi era stato insegnato ad aspirare, e una parte di mer era a quello che aspirava, istintivamente. Ma nel profondo cercavo qualcos’altro, qualcosa di più. Avevo la penosa sensazione che il nostro tempo fosse breve, più breve di quanto pensassimo, breve come una corsa mattutina, e volevo che il mio avesse un senso. E uno scopo. Che fosse creativo. E importante. Ma soprattutto… diverso. Volevo lasciare un segno nel mondo.
Volevo vincere. No, non è esatto. Semplicemente, non volevo perdere.

E possiamo dire che, nonostante le numerose difficoltà con cui si è trovato a fare i conti, Knight ha vinto, e alla grande! Quando, nel 2006, ha lasciato le cariche di presidente e amministratore delegato, la sua azienda vantava:

  • 16 miliardi totale di vendite
  • 5.000 negozi
  • 10.000 dipendenti
  • 68.000 dipendenti in tutto il mondo

Per dare un’idea delle dimensioni sociologiche, più che logistiche, di quella che viene definita una delle aziende di abbigliamento sportivo più importanti al mondo (non per niente “Un funzionario delle Nazioni Unite di recente ha affermato che la Nike è il modello in base al quale valutano tutte le fabbriche di abbigliamento sportivo.”), vi basti sapere che tra gli atleti che la Nike ha sponsorizzato ci sono Steve Prefontaine, Tiger Woods, Pete Sampras e Andre Agassi, Michael Jordan e Kobe Bryant.

Così quella mattina del 1962 mi sono detto: lascia che gli altri definiscano folle la tua idea… tu prosegui per la tua strada. Non ti fermare. Non pensarci neanche di fermarti finché non arrivi là, e non stare a preoccuparti di dove sia là. Accada quel che accada, tu non ti fermare.

E non lo ha fatto. Nemmeno quando gli arrivò una fattura da 25 milioni di dollari, dal Dipartimento delle Dogane degli Stati Uniti, per il mancato pagamento di imposte doganali.

Il libro passa in rassegna tutti gli anni della vita dell’azienda, dalla sua nascita alla sua crescita ed evoluzione.

Ad arricchire le pagine ci sono numerose riflessioni di Knight sull’importanza dei segnali del destino:

Può essere un colpo gobbo della geografia che le scarpe più antiche mai ritrovate siano un paio di sandali vecchi di novemila anni… recuperati in una grotta nell’Oregon? E non vi dice nulla il fatto che siano stati scoperti nel 1938, l’anno della mia nascita?

e altri legati alla superstizione e alla cabala:

Tutte le sedi Nike, indipendentemente dalla nazione, hanno il numero di telefono che finisce con 6453, gli stessi tasti con cui si scrive Nike con il T9. Ma, per pura coincidenza, letto da destra a sinistra è anche il miglior tempo di Pre sul miglio, esatto al decimo di secondo: 3’54″6.

Nella versione in lingua originale il titolo è leggermente diverso. L’autobiografia, infatti, si intitola Shoe Dog, un’espressione idiomatica americana con cui Knight si identifica perfettamente.

Gli shoe dogs dedicavano la vita a realizzare, vendere, acquistare o progettare scarpe. E usavano questa definizione per descrivere spiritosamente altri che, come loro, sgobbavano da tempo e con fatica in quel mondo, persone che pensavano e parlavano solo di scarpe.

Mediamente una persona fa 7500 passi al giorno, 274 milioni di passi nel corso di una lunga vita, l’equivalente di sei giri intorno al mondo: a me sembrava che gli shoe dogs volessero semplicemente partecipare a quel viaggio. Le scarpe erano il loro modo di entrare in contatto con il genere umano. E c’era un modo migliore per farlo, si chiedevano gli shoe dogs, che perfezionare il cardine che unisce chiunque alla superficie terrestre?

L’imprenditore affronta, con ironia e destrezza, anche il tema della contraffazione. Una ditta in Corea gli aveva inviato una riproduzione della Nike Bruin, incluso lo swoosh. Knight scrisse al presidente della fabbrica chiedendogli di smetterla subito e aggiunse: “a proposito, non le piacerebbe lavorare con noi?” Nel 1977 firmò un contratto e divenne il primo fornitore non giapponese della Nike.

Alla fine del libro, Knight si lascia andare a pensieri più personali e intimi, spiegando cosa lo ha spinto a scrivere questo libro.

Vorrei condividere la mia esperienza, con tutti i suoi alti e bassi, in modo che i giovani che stanno vivendo le stesse prove e le stesse odissee possano sentirsi ispirati o confortati. O messi in guardia. Forse qualche giovane imprenditore, o magari un atleta, un pittore o uno scrittore, potrebbe esserne stimolato a tenere duro. Perché è sempre la stessa motivazione. Lo stesso sogno. Sarebbe bello aiutarli a evitare il classico scoraggiamento. Direi loro di fermarsi un istante, di pensare bene e a lungo a come vogliono spendere il loro tempo, e con chi vorrebbero trascorrerlo nei successivi quarant’anni. Direi a quelli che non hanno ancora trent’anni di non accontentarsi di un lavoro, una professione, e neppure di una carriera. Di cercare una vocazione. Anche se non sanno cosa significa, la devono cercare. Seguendo la propria vocazione, la fatica sarà più facile da sopportare, le delusioni fungeranno da carburante, e proveranno soddisfazioni mai provate prima.

Ma la cosa che più mi è rimasta impressa è la risposta che Knight ha dato a un agente commerciale, quando gli fu chiesto cosa rappresentasse lo swoosh, il simbolo che identifica il brand e che oramai è storia.

È il rumore di qualcuno che ti supera.

Foto di copertina: Kicksonfire.com

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