Il cardellino – Donna Tartt

il cardellinoAutore: Donna Tartt
Titolo: Il cardellino
Titolo originale: The Goldfinch
Genere: Letteratura straniera
Data prima pubblicazione: 2013 (in Italia nel 2014)
Casa Editrice: Rizzoli
Collana: Scala stranieri
892 pagine
Prezzo copertina: 20,00 €
EAN 9788817072380

Per stare al passo con i tempi ho deciso di affrontare le 800+ pagine de Il cardellino di Donna Tartt, fresco vincitore del Premio Pulitzer, e mai scelta fu più azzeccata. Non sapevo esattamente cosa aspettarmi, come sempre avevo letto la sinossi molto distrattamente, ma sono – non so perché – dannatamente attratta dai libri di grandi dimensioni, tomi di centinaia e centinaia di pagine che anziché spaventarmi mi incitano alla lettura. Anche se poi ho optato per l’e-book, più facile e veloce da consultare e da trasportare. Maniaca dell’organizzazione come sono ho trascritto, come sempre, data di inizio e di fine: 19 aprile 2014 – 10 maggio 2014. Avrei potuto metterci meno, se avessi un po’ più di autonomia la sera, quando mi metto a letto a leggere, ma è stata una delle letture più piacevoli degli ultimi mesi (e non per niente la migliore di aprile, come vi avevo già raccontato qui). So che siete curiosi, ma sappiate che non posso svelarvi molto. La trama, intricata e avvincente, tiene incollati alle pagine – palpebra cadente permettendo – e darvi delle anticipazioni su cosa succede a Theo, a Hobie o a Pippa sarebbe come rivelarvi cosa c’è nel pacco regalo ancora chiuso, il giorno del vostro compleanno. Ma se vi fidate, credetemi: 892 pagine non sono niente, è un ostacolo che si supera facilmente, tanto è intrigante e coinvolgente la storia. Se proprio non resistete alla curiosità, però, leggete oltre e scoprirete qualcosa in più su questa bravissima autrice.

donna tartt

Il titolo

Andiamo con ordine e partiamo dal titolo. Il cardellino è un celebre dipinto del pittore olandese Carel Fabritius, maestro di Vermeer e pupillo di Rembrandt, che Donna Tartt vide per la prima volta in una mostra dedicata ai pittori del Seicento. Nel romanzo è il filo conduttore di tutta la storia: è sempre presente, anche quando fisicamente non c’è, è l’oggetto che dà il via alle perigliose avventure del protagonista ed è la cosa più importante per cui lo stesso Theo Decker si trova a voler lottare, con le unghie e con i denti, mettendo a repentaglio anche la sua stessa vita.

Carel Fabritius, Il cardellino, 1654 olio su tavola, cm 33,5 x 22,8 L’Aia, Gabinetto reale di pitture Mauritshuis acquisito nel 1896 (Inv. n. 605) © L’Aia, Gabinetto reale di pitture Mauritshuis

Carel Fabritius, Il cardellino, 1654
olio su tavola, cm 33,5 x 22,8
L’Aia, Gabinetto reale di pitture Mauritshuis
acquisito nel 1896
(Inv. n. 605)
© L’Aia, Gabinetto reale di pitture Mauritshuis

Se siete nei paraggi di Bologna in questi giorni, e riuscite a fare un salto alla mostra dedicata alla Golden Age La ragazza con l’orecchino di perla, troverete esposto questo bellissimo quadro e potrete soffermarvi a osservarlo rileggendo questo passo tratto dal libro della Tartt:

[…] lo chiamano trompe-l’oeil e in effetti da lontano l’occhio riesce a imbrogliarlo. Ma non mi importa cosa dicono gli storici d’arte. È vero: ci sono punti lavorati come un trompe-l’oeil… la parete e il trespolo, il riflesso della luce sull’ottone, e poi… il petto piumato, veramente vivo. Ciuffi di piume così soffici… […] lui con questo genere ci gioca… una risposta magistrale al concetto stesso di trompe-l’oiel… perché in altri punti – la testa? l’ala? – non è così vivo, né così preciso. Smonta deliberatamente l’immagine per mostrarci come l’ha dipinta. Pennellate più rapide, vere e proprie macchie, modellate come se stesse applicando il colore direttamente con le dita, soprattutto la linea del collo, un pezzo di pittura solida, decisamente astratta.

L’esposizione è aperta fino al 25 maggio, a Palazzo Fava.

La trama

Addentrandoci nel libro, a metà tra un romanzo di formazione e un thriller, troviamo interessantissimi riferimenti letterari: Theo Decker, il protagonista che narra tutta la vicenda in prima persona, si ritrova orfano come il dickensiano Oliver Twist, dopo che la madre muore durante un attentato terroristico al Metropolitan Museum di New York. In un lunghissimo flashback è lo stesso ragazzo, oramai uomo, a raccontarci la sua adolescenza: dalla tragica esperienza della perdita della madre all’adozione temporanea da parte della famiglia Barbour, dall’incontro con l’antiquario Hobie agli anni trascorsi a Las Vegas con il padre, alcolizzato e invischiato in loschi giri d’affari. Droga, alcol, psicofarmaci, falsari d’arte e amici sinceri, pervadono la sua vita, assieme a un forte senso di solitudine e a un dolore atroce, spirituale più che fisico.

Ecco un assaggio dello stile di scrittura della Tartt.

[…] un impulso che mi scuoteva imprevedibile e dirompente, un sussurro velenoso che non mi abbandonava mai del tutto, che certi giorni, indugiava ai margini della mia percezione, ma che in altri ruggiva fuori controllo in una specie di violenta furia visionaria, non ero sicuro del perché, a volte bastava a innescarlo anche solo un brutto film o una festa insopportabile, noia a breve termine e sofferenza di lungo corso, panico di un istante e disperazione permanente che mi investivano nello stesso momento e si infiammavano di una luce livida talmente desolata che vedevo, letteralmente vedevo, guardando indietro negli anni con un’angoscia nitida e articolata, che il mondo e tutto ciò che esso conteneva erano intollerabilmente e definitivamente fottuti e niente era mai atto buono o a posto, un’atroce claustrofobia dell’anima, la stanza senza finestre, nessuna via d’uscita, ondate di vergogna e orrore, lasciatemi stare, mia madre morta sul pavimento di marmo, basta basta, mormorare ad alta voce tra me e me negli ascensori, nei taxi, lasciatemi stare, voglio morire, un furore freddo, intelligente e autodistruttivo che mi aveva – più di una volta – fatto correre di sopra in una nebbia di risolutezza a buttare giù un mix qualsiasi di alcolici e pillole, secondo quello che mi trovato per le mani: e se me l’ero cavata era stato solo per via di un’alta soglia di tolleranza e della mia inettitudine, spiacevolmente sorpreso nel risvegliarmi, ma contento almeno per il fatto che a Hobie non era toccato di trovarmi così.

La profonda cultura letteraria della scrittrice americana fa sì che in questo atipico buildungsroman compaiano tracce evidenti dell’Holden salingeriano, così come de L’idiota di Dostoevskij, più volte citato e a cui è dedicato anche il titolo di un capitolo. Ogni pagina è così ricca di avvenimenti e pensieri, di dettagliate descrizioni e precise analisi introspettive, che è difficile essere tentati dall’abbandonarne la lettura, anche solo per mangiare o dormire. Proprio come diceva Holden nel romanzo di Salinger, questo è uno di quei libri che “quando li hai finiti di leggere vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle”; succede con Donna Tartt ma anche con Theo. Ti viene da cercarlo tra la gente, ti aspetti di incrociarlo per strada o seduto su una panchina al parco, pensieroso, con un’espressione triste e rassegnata. In realtà a me succede spesso, quando finisco un bel libro, di aspettarmi di vedere i personaggi comparire quasi naturalmente nella mia vita, e quanto succede vuol dire che quel libro merita davvero di far parte della mia collezione di letture.

L’autrice

Donna Tartt è un personaggio un po’ ambiguo. Quasi sempre vestita da uomo, non è sposata, non ha figli, vive 6 mesi a New York e gli altri sei in una fattoria in Virginia, è all’apparenza una persona molto riservata; leggendo qua e là notizie su di lei – dopo la vittoria del Pulitzer me la trovo un po’ ovunque – scopro, invece, che è molto simpatica, per niente distante e assolutamente affabile. Ciò che più mi ha attirato, sulle news che la riguardano, è la sua dichiarazione di intenti. Ha esplicitamente affermato di voler scrivere solo 5 romanzi, uno per ogni decade della vita adulta. Questo è il terzo, dopo Dio di illusioni (edito nel 1992, 5 milioni di copie vendute, ndr) e Il piccolo amico (2002), e sicuramente in attesa del prossimo capolavoro mi metterò in pari perché merita davvero. Spero sempre, però, nel grande colpo di coda: quando ci svelerà un archivio di opere inedite che renderanno la sua bibliografia una delle più invidiate. Contando che si riserva 10 anni per scrivere un romanzo, riempiendo notes di appunti e scrivendo tutto a mano, per poi battere e correggere a computer la stesura definitiva, chissà su cosa starà lavorando in questo momento, quale meravigliosa idea si starà formando nella sua mente.

Intanto già si vocifera di una sua trasposizione cinematografica de Il cardellino ad opera di Nina Jacobson, produttrice di Hunger Games. Sarà all’altezza della prova?

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