Eccomi – Jonathan Safran Foer

L’errore è mio, lo ammetto. Ho iniziato a leggere Jonathan Safran Foer con il suo ultimo romanzo “Eccomi”, un libro di rottura con il passato e con le opere precedenti. Forse è stato un bene, perché così non sono rimasta delusa. Forse è stato un male, perché ha fatto sì che premessi il freno prima di buttarmi a capofitto nella lettura di tutti gli altri, che in realtà dicono siano molto diversi. Ma alla fine, questo romanzo sulla mancanza di identità, questa anamnesi di una crisi coniugale come tante, mi è piaciuto oppure no?

Non lo so.

Ci sono capitoli interi che ho adorato, pagine che mi hanno fatto piangere (soprattutto alla fine), parole che ho evidenziato e, se il Kobo lo permettesse, evidenzierei più e più volte, frasi intere che ho sottolineato cercando di stamparmele bene in mente.

«Ma quando pensiamo alla colpa, non dovremmo pensare alle azioni e alle intenzioni, oltre che agli esiti?»

 

Tutte le mattine felici si assomigliano, esattamente come tutte le mattine infelici, ed è questo, in fondo, a renderle così profondamente infelici: la sensazione che questa infelicità sia già accaduta prima, che gli sforzi per evitarla al massimo la rafforzino e probabilmente non facciano che esacerbarla, che l’universo, per qualche inconcepibile, inutile e ingiusta ragione, cospiri contro l’innocente sequenza di vestiti, colazione, denti e ciuffi sparati, zaini, scarpe, giacche, saluti.

 

Niente passa da solo. O affronti tu le cose o loro affrontano te.

 

Ti rende triste che amiamo i bambini più di quanto ci amiamo?

 

Il nostro amore per loro ha intralciato il nostro essere buoni genitori.

 

Guarda come siamo cambiati.
C’erano cose che Jacob voleva e che voleva da Julia. Ma la possibilità di condividere i desideri diminuiva mentre il bisogno di Julia di sentirseli dire aumentava. E vivecersa. Amavano sinceramente la compagnia reciproca, più che stare soli o in compagnia di chiunque altro, ma più stavano bene insieme, più vita condividevano, più si estraniavano dalle rispettive vite interiori.

Ma ci sono anche paragrafi che ho saltato a piè pari (appellandomi al 2° diritto del lettore), passaggi che mi hanno annoiato, periodi che ho trovato volgari e disdicevoli, argomentazioni troppo forti e inadatte al contesto.

Ci sono punti in cui avrei voluto picchiare Jacob. Momenti in cui mi sono schierata apertamente dalla parte di Julia e dei bambini. Istanti in cui in Argo ho rivisto il cane che mi ha accompagnata per quasi metà della mia vita.

Gli ingredienti per un buon romanzo ci sono tutti, ma il gusto che ne è uscito ha un sapore dolce-amaro che non mi ha convinta. Al centro della storia c’è la vita di una coppia moderna alle prese con la crisi coniugale e i problemi adolescenziali dei figli e, sullo sfondo, un paese – Israele –  in rovina (sia dal punto di vista geografico, in quanto sconquassato da un terremoto devastante, sia dal punto di vista politico e sociale).

Il matrimonio è il contrario del suicidio, ma è l’unico atto di volontà che abbia la stessa definitività.

Nel titolo, così breve e all’apparenza così semplice, c’è dentro tutto.

Quel “Eccomi” ripetuto ben due volte da Abramo nella Genesi, quando il Signore gli chiede il sacrificio del figlio Isacco e quando ferma la sua mano, pronta a esaudire la richiesta.

Anche non avere scelta è una scelta.

Quel “Eccomi” che sancisce l’accettazione, che mette a nudo la piena e totale disponibilità di un uomo a fare ciò che gli viene chiesto, in nome di un ordine supremo (che sia quello di Dio, della natura o della società).

Quel “Eccomi”, che è la risposta a un comando, è quasi un risvegliarsi dal torpore. E spesso a farci destare è qualcosa di più grande di noi, un evento calamitoso o una crisi (personale o mondiale).

Tutto sembrava tendere a una dimensione rituale: Jacob che andava a prendere Julia al lavoro il giovedì, il caffè della mattina condiviso in silenzio, Julia che sostituiva i segnalibri di Jacob con dei bigliettini… finché, come un universo che ha raggiunto il limite della sua espansione e torna a contrarsi verso le origini, tutto si era disfatto.

Il libro di Foer mi ha lasciato tanto (paura per il futuro del mondo, rispetto per una cultura – quella ebraica – diversa dalla mia, insegnamenti di amore materno e filiale), ma allo stesso tempo mi ha rubato del tempo prezioso, che avrei potuto dedicare ad altri libri. 600 e passa pagine le ho trovate un po’ esagerate. Avrei potuto abbandonare prima, lo so, ma raramente riesco a mollare un libro senza avergli dato fino all’ultima possibilità di convincermi. Non me ne pento, perché la parte a mio avviso più profonda arriva proprio da pagina 400 in poi.

Ora mi piacerebbe sapere cosa ha lasciato a voi.

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  1. Avatar Giulia

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