Se vi dico che non amo il noir oramai so che non mi credete più. Ne sto segnalando a pacchi, di libri così, e ne sono piacevolmente stupita anch’io. “Una storia nera” di Antonella Lattanzi mi ha davvero stregata: l’ho divorato in poche sere, nascosta sotto le coperte, assaporando pagina dopo pagina la trama di una storia che invece di sciogliersi diventava sempre più ingarbugliata.

L’intreccio sembra quasi fin troppo semplice: Vito, separato da Carla, viene invitato dall’ex moglie al compleanno della figlioletta di 3 anni. Quella sera tutta la famiglia Semeraro è riunita davanti a una cena deliziosa e sembra aver dimenticato screzi, parole e gesti violenti. Vito, infatti, (troppo) spesso picchiava la moglie e questo, assieme alla gelosia morbosa di lui nei confronti di lei, è stato uno dei motivi della loro separazione. Quella sera stessa, però, dopo la cena Vito scompare e quando il suo corpo, oramai in avanzato stato di decomposizione, viene ritrovato in una discarica a pochi km di distanza, ad essere indagate per omicidio sono l’ex moglie e l’amante.

State tranquilli, anche se il “colpevole” viene rivelato quasi subito, avrete comunque tutto il tempo per fare le vostre riflessioni. Arriverete probabilmente, come è successo a me, a prendere le sue difese, spinti da motivazioni più che valide. Forse, però, nemmeno le ultime righe vi aiuteranno a trarre le dovute conclusioni e ad abbandonare per sempre i personaggi a se stessi. Proprio come spiega Lattanzi in quest’intervista pubblicata su pianetadonna.it:

Non volevo scrivere personaggi che fossero definitivamente cattivi o definitivamente buoni. Volevo scrivere personaggi in cui ognuno di noi potesse riconoscersi almeno un po’, in un cui ognuno di noi potesse riconoscere qualcosa di sé, personaggi veri. Così Carla, il cui vero talento è la capacità di affascinare le persone, è allo stesso tempo una madre coraggiosa, una piccola bambina bisognosa di cure, e ha tanti altri aspetti oscuri che la rendono anche una donna molto determinata. Volevo che il lettore si chiedesse sempre dove sta la verità e dove la finzione.

Il bello di questo libro è che non è una caccia all’assassino. La scrittura incalzante e i dettagli che emergono poco a poco non servono a trovare chi ha ucciso Vito, ma a spiegare “una storia nera”, quella di una famiglia dove tutti sono vittime e colpevoli. Nicola, Rosa e anche la piccola Mara (i 3 figli di Vito e Carla) sono veri e propri protagonisti della narrazione. Ognuno con le sue colpe, le sue debolezze e i suoi gesti imprevedibili.

Quello che fa strano è che a guidare tutto ci sia l’amore, anche quello violento. Sebbene si parli di morte, di violenza domestica, di pressioni psicologiche.
La famiglia Semeraro dovrebbe fare un bel respiro di sollievo per la fine di una tortura, invece quando Vito scompare non si dà pace per cercarlo.

Ero sicuro che un giorno o l’altro sarei finito qui, o in un posto come questo, a testimoniare sull’omicidio di mia madre compiuto da mio padre.

L’amore permane nell’aria anche quando Vito viene trovato morto: quel padre che non ha mai toccato i figli con un dito ma che ha sfogato rabbia e paure sulla povera moglie, che ora lo piange come il coniuge improvvisamente defunto.

Fin dove può arrivare l’amore? Viene spesso da chiederselo, leggendo “Una storia nera”. Ma la risposta è difficile da trovare. Voi ci siete riusciti?