E come in un meta-libro, tutto comincia proprio quando il romanzo di Lucy Barton (“Mi chiamo Lucy Barton”, che è anche il titolo del penultimo romanzo di Elizabeth Strout) esce nelle librerie di Amgash, sua città natale. Cresciuta in una famiglia poverissima, ora lei vive a New York, dove è diventata una famosa scrittrice. Un esempio di riscatto, di chi ce l’ha fatta a costruirsi una vita felice, nonostante tutto. Perché alla fine è questo il senso del libro e di tutta la nostra esistenza: dimostrare che “Tutto è possibile”.

Lucy Barton in realtà è stata l’ispirazione, oltre ad essere il trait d’union di tutto il romanzo.

In un’intervista Elizabeth Strout ha raccontato di aver “iniziato a scrivere questo libro quando stavo ancora lavorando a ‘Mi chiamo Lucy Burton’. La madre di Lucy parlava di tante persone del passato con la figlia ricoverata in ospedale e ad un certo punto mi sono cominciata a chiedere che fine avessero fatto Mississipi Mary e tanti altri. Da qui sono nati questi ritratti”.

Pur essendo legato al precedente, questo romanzo ha una vita sua propria. Leggere i 9 capitoli che lo compongono fa lo stesso effetto di sfogliare un grande album di foto parlanti, dove ogni personaggio racconta la sua storia. C’è Mississipi Mary, appunto, che si innamora a 70 anni, c’è Charlie Macauley, reduce del Vietnam che ha fatto della guerra una sua questione privata. E c’è anche Lucy Barton, che si incontra con il fratello e la sorella per rinvangare un po’ il passato.

Gente che ha sofferto, che ha provato o causato dolore, che si è incasinata la vita, ma che alla fine ce l’ha fatta. Storie comuni, di gente comune: proprio quella che piace a noi lettori, perché è quella in cui ci immedesimiamo di più.

A star male non si fa mai l’abitudine, checché ne dica la gente. Ora però, per la prima volta, si rese conto – possibile fosse davvero la prima volta che se ne rendeva conto? – che esiste qualcosa di assai più tremendo, e cioè quando uno non riesce più a star male. Lo aveva visto succedere ad altri, era un vuoto negli occhi, l’assenza che li definiva.

E solo la grande capacità dell’autrice, Premio Pulitzer con Olive Kitteridge, di scavare nell’animo delle persone e di raccontarcele dal di dentro poteva racchiudere nelle pagine di un libro tante esperienze così diverse. Tutte accomunate da un unico credo: per alcuni di noi davvero tutto è possibile. L’importante è non perdere mai la speranza.

Io ho letto i due libri, “Mi chiamo Lucy Barton” e “Tutto è possibile”, nell’ordine in cui li ha scritti e pensati l’autrice. Ma se li leggessimo al contrario? Alla fine del secondo mi sarebbe piaciuto (e non è detto che prima o poi io non lo faccia) andare a riprendere il primo romanzo, per rivedere alcune descrizioni in maniera diversa, sotto una luce nuova.

Voi da quale siete partiti o quale avete intenzione di leggere per primo?