Arturo cammina da solo per Torino, alla ricerca di risposte, inseguito da ansie e ricordi. È scappato dalla sua vita e dalla sua famiglia, un giorno durante la pausa pranzo, lasciando dietro di sé solo un laconico SMS.

Sara aspetta, a casa. Non tanto che il marito ritorni, quanto che si presenti il dolore, quello travolgente e quasi disumano che dovrebbe seguire a una separazione.

Adoro i romanzi sulle famiglie, quelli che parlano di persone normali, piene di difetti e che commettono tanti errori. Ma che sanno rialzarsi, sempre. “Il resto è ossigeno” è uno di questi e ho voluto che a raccontarlo fosse l’autrice, Valentina Stella.

Innanzitutto partiamo dal titolo: “Il resto è ossigeno”. Io che ho letto il libro so cosa significa, ma come lo spiegheresti a un potenziale lettore, per convincerlo ad acquistare il tuo romanzo?

L’ossigeno è ciò che ci permette di respirare, senza ossigeno non c’è vita: a volte nelle famiglie, anche in quelle in cui tutto sembra andare bene, l’ossigeno comincia a mancare. Le persone possono non rendersene conto subito, tutte prese dalla vita di tutti i giorni, dall’essere adulti, che vuol dire avere meno tempo per pensare all’amore, vuol dire avere un lavoro, dei figli, mille impegni. Quando l’ossigeno comincia ad andarsene, la coppia rischia di accartocciarsi su se stessa, un po’ come le foglie quando cadono dagli alberi. Quel resto di cui parlo è tutto ciò che può donare ossigeno a una coppia negli anni: interessi in comune, attenzioni, tenerezze, viaggi, insomma, ciò che può essere nutrimento per l’amore fra due persone.

La storia è quella di una famiglia moderna, come tante, alle prese con le difficoltà del rapporto di coppia, con la crisi degli – anta e la paura di aver sbagliato tutto, con il tradimento e la genitorialità. Cosa ti ha spinta a scrivere di questi “problemi”?

La cosa bizzarra è che i miei genitori stanno insieme da 51 anni, io vivo da 9 anni una storia d’amore con il padre dei miei figli che per ora (aggiungo sempre il per ora, per scaramanzia ) va molto bene, e insomma, non ho mai vissuto in prima persona una separazione. L’ho vissuta però ascoltando le parole dei miei tanti amici che stanno attraversando un momento simile, e anche leggendo storie che parlano di questo argomento. In più, avendo io 40 anni, da un po’ di tempo sto vivendo quel momento in cui una persona si chiede se questa è davvero la strada che desiderava quando era piccola. Nel mio caso è stata una questione professionale, e infatti qualche anno fa ho fatto una scelta molto radicale: lavoravo in un’azienda, ero contenta, e all’improvviso mi sono licenziata per seguire le mie passioni: mia figlia Guia (poi ne è nata un’altra, Benedetta) e scrivere.

Credo che i sogni vadano sempre se non seguiti del tutto, almeno assecondati. Almeno bisogna scendere a compromessi con ciò che sognavi di diventare da piccolo, perché le promesse fatte ai bambini vanno in qualche modo mantenute.

Il libro si divide, equamente, tra due protagonisti. Sara che narra in prima persona, e Arturo che invece viene presentato dal narratore. Quale dei due è stato più difficile raccontare?

Forse è stato un po’ più difficile raccontare Sara perché è molto diversa da me, ma in generale non ho trovato tanti ostacoli nel raccontare le loro due vite. Ho voluto scindere la narrazione fra i due protagonisti perché a volte per capire i motivi di una separazione è essenziale ascoltare i diversi punti di vista, le due vite, cosa ha portato quelle due persone ad allontanarsi.

Spesso si è soliti identificare i personaggi con gli autori. Quanto c’è di te in Sara e Arturo?

Questa è una cosa alla quale non ero preparata ma capita sempre: esce il tuo primo romanzo, i protagonisti hanno più o meno la tua età, e i lettori pensano che ci sia qualcosa di autobiografico. In realtà di autobiografico ci sono solo i dettagli: il centro di Torino, i lavori dei due protagonisti, qualcosa del loro passato (come l’erasmus di Arturo a Lisbona), ma la vicenda è totalmente inventata.

Ti sembrerà assurdo, ma se devo identificarmi in uno dei personaggi, mi identifico con Arturo. Sara come ti ho detto prima è un personaggio lontanissimo da me: molto precisa, molto controllata, capace di tenere insieme tutti i pezzi della sua vita anche quando tutto sta crollando. Io sono molto più Arturo, molto più passionale, incasinata, e se c’è una cosa che non sono mai riuscita a fare è stato mantenere la calma nei momenti difficili.

Il personaggio più vicino alla realtà è Giulia, la loro bimba: molto di ciò che dice e fa l’ho “rubato” a Guia, mia figlia.

Si tratta del tuo esordio narrativo, ma non sei certo una novizia in fatto di scrittura e comunicazione. Cosa ti ha portato a fare il grande salto e a scrivere un libro?

Quando ho lasciato il mio lavoro in ufficio, ho pensato che sì, ok, giusto reinventarsi, ma non improvvisarsi, e così mi sono iscritta a vari corsi di scrittura a Torino. Durante quelle serate ho sentito forte la necessità di raccontare una storia che potesse diventare un romanzo, e una volta, tornando a casa a piedi, mi è venuto in mente Arturo (l’ho proprio visto nella mia testa) in giro per le strade del centro, disperato e disorientato, e il giorno dopo mi sono messa a scrivere.

La tua scrittura colpisce diritto allo stomaco, per quello che racconti e per il modo in cui lo fai. “Il resto è ossigeno” è un libro forte, sa quello che dice e lo fa con una consapevolezza disincantata. Non vuole raccontarci la favola dell’amore eterno ma vuole metterci davanti alla realtà di un rapporto incrinato, fatto di delusioni e illusioni, che può sopravvivere solo finendo. Tutto ciò rispecchia la tua visione della vita di coppia di oggi?

Un po’ sì. Credo che il matrimonio sia una forma di contratto che rispecchia meglio i tempi in cui la coppia era una società per azioni: uno dei due lavorava, l’altra si occupava della casa e dei figli, spesso si avevano pochi soldi ed era fondamentale costruire insieme un futuro. Questo però non vuol dire che nei matrimoni di una volta ci fosse più amore, e nemmeno rispetto: spesso c’erano tradimenti e abusi, quindi non sono assolutamente nostalgica nei confronti di quell’epoca.
Credo che la società di oggi, con le grandissime e importanti conquiste in termini di libertà e diritti, ci presenti delle sfide, e faccia sopravvivere solo le coppie in cui c’è davvero la volontà di stare insieme, di darsi rispetto, amore, stima, libertà (la libertà è essenziale a mio avviso) e di curare il rapporto proprio come se fosse una pianta, magari una pianta anche un po’ fragile e, appunto, bisognosa di ossigeno.

Poi, come in tutto, ci vuole anche molta fortuna.

Infine, una domanda che faccio a tutti gli scrittori che intervisto: cosa stai leggendo in questo periodo? (è la curiosità di una booklover che non è mai sazia di titoli da inserire in wishlist!)

Dato che amo leggere i libri che parlano di famiglie e dei loro problemi, ho appena finito “La cena” di Herman Koch, che mi è piaciuto tantissimo (e mi era piaciuto anche tanto il film che ha tratto ispirazione da quel libro, I nostri ragazzi, diretto da Ivano De Matteo). Ora sul comodino ho “Lo schiaffo” di Christos Tsiolkas, che mi hanno suggerito di leggere proprio perché tratta temi simili a La cena.

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ps. Se avete dato un’occhiata al video della mia #cinquinadelmese sapete già che è lei la Valentina Stella da cui ho preso l’ispirazione per leggere “La cena”. Inutile dirvi che anche il romanzo di Tsiolkas è già finito in wishlist ;)