Fin dove può spingersi l’amore di una mamma? Cos’è che trasforma questo sentimento viscerale, immenso e travolgente, in un incubo terrificante? Leila Slimani cerca di scoprirlo, analizzando minuziosamente il conscio e l’inconscio di una donna all’apparenza fragile e delicata. Con il libro Ninna nanna, che le è valso il Premio Goncourt 2016, scombina le nostre credenze sull’amore materno e ci pone di fronte alle nostre paure più recondite.

Nonostante sapessi già dove mi sarei andata a cacciare, leggendo questo libro, grazie alla segnalazione di Michela Murgia, dopo il primo capitolo ero pronta a mollare tutto.

Il delitto è esposto proprio all’inizio, il colpevole chiaro fin da subito. Quello che non riesci a capire (forse nemmeno alla fine) è il movente.

E il bello è che non è un giallo o un thriller, ma un romanzo psicologico, di quelli che vanno a scavare dentro i personaggi tanto che ti sembra ti vederli, stesi su un tavolo di metallo, pronti per un’autopsia.

L’autrice ha la capacità di farlo con le parole, lasciando però a te il compito più difficile: quello di trovare il meccanismo difettoso, l’anomalia che ha fatto inceppare tutto, che ha portato alla distruzione.

Nel caso di Louise l’hanno definito “delirio melanconico”. Forse un accesso di amore, forse paura di perdere quello che non si ha, forse solo follia pura. O tutte e tre le cose insieme.

Ma facciamo un passo indietro.

Da mamma di una bambina di 2 anni mi sono ritrovata in alcuni passaggi, quelli in cui Myriam, la giovane madre protagonista del romanzo, reclama un po’ di libertà. Vivere 24 ore su 24 a contatto con i bambini non è facile, c’è il rischio di trasformare un sentimento d’amore in una triste solitudine.

Recentemente ho letto un libro che parla proprio della maternità e del suo lato più “difficile”.

Anche se ami la tua famiglia, puoi volertene staccare. E questo non è un male.

È questo che succede a Myriam: vuole tornare a lavorare, è stanca di fare la casalinga, lei che ha studiato per diventare avvocato. E dopo la nascita del secondo figlio, Adam, il destino le offre l’occasione per tornare in pista.

Serve però qualcuno che si occupi dei bambini. Ed è qui che Myriam e il marito Paul si mettono alla ricerca di una tata. Una selezione severa, perché nessuno vuole affidare i propri figli a una sconosciuta.

«Niente clandestine, intesi? Che la donna di servizio o l’imbianchino siano senza permesso di soggiorno non è un problema, devono pur lavorare anche loro. MA non possono badare ai bambini, è troppo rischioso. Non voglio che abbiano paura di chiamare la polizia o di andare in ospedale, se dovesse succedere qualcosa. Per il resto, niente donne troppo vecchie, con il velo o fumatrici. L’importante è che sia allegra e disponibile. Che lavori per dare a noi la possibilità di lavorare».

Con questi presupposti, trovare una candidata ideale non sembrava semplice. Poi è arrivata Louise.

Un colpo di fulmine, un innamoramento. […] I coniugi sono stregati da quella donna dai lineamenti distesi, dal sorriso sincero, dal tono sicuro. Sembra imperturbabile. Ha lo sguardo di chi riesce ad ascoltare e perdonare tutto. Il suo viso è un mare calmo, di cui nessuno potrebbe sospettare gli abissi.

E invece di abissi ce ne sono tanti. Vengono a galla un po’ alla volta, alternati a capitoli in cui viene analizzata la situazione della coppia. Entrambi i genitori hanno lavori che li tengono per ore lontani da casa, che li assorbono completamente e che gli danno parecchie soddisfazioni. Sono felici di quello che fanno e di come lo fanno. Anche perché ogni sera sanno che, tornati a casa dopo una giornata pesante, troveranno i bambini già in pigiama, lavati e pronti per andare a nanna, sorridenti, con la pancina piena. La casa in perfetto ordine, i vestiti stirati e piegatI, le lenzuola fresche di bucato, la cena calda pronta da servire.

Sembra un sogno anche per voi, vero?

I coniugi sanno che troveranno Louise ad accoglierli, e tutto sarà perfetto. A vederla così, operosa, instancabile e sempre sorridente, Louise avrebbe convinto anche noi.

Ma noi sappiamo fin dall’inizio quello che è già successo, e ci affanniamo a girare pagina cercando di dare una motivazione a quel gesto violento. Perché è così che siamo fatti: abbiamo bisogno della rassicurazione di un perché, di sapere cosa ha portato a qualcosa d’altro.

Iniziando subito con il raccontare l’omicidio dei bambini, Slimani ci tiene incollati alle pagine, lanciando ogni tanto uno spot di luce sul passato oscuro della tata, ma senza mai raccontarci fino in fondo quello che le è accaduto.

Il libro, però, non parla solo di questa inquietante baby sitter. Affronta anche altri temi, come quello dell’educazione e della differenza sociale. Con il denaro, oggi giorno, puoi comprare qualsiasi cosa, anche una tata tuttofare che porta a scuola i bambini, pulisce casa, prepara la cena e rende la vita molto più semplice. Una dipendenza, insomma, che diventa quasi totale.

Paul e Myriam affermano più di una volta, con amici e parenti, che non potrebbero farcela senza il prezioso aiuto di Louise.

Ma come tutte le dipendenze, anche questo rapporto è destinato a deteriorarsi. Quando diventa troppo stretto, soffocante, si incrina. Non c’è un episodio in particolare. C’è una serie di attimi, di attenzioni esagerate, di parole inopportune, che fa scattare una scintilla.

Louise è come una polveriera pronta a esplodere. E quando lo fa la distruzione è totale.

Quello che racconta la Slimani è la “banalità del male”, come lei stessa l’ha definita in questa intervista. Una storia tra le più normali (tra l’altro ispirata a un fatto di cronaca realmente accaduto negli Stati Uniti), quella che ti porta ad accogliere un estraneo tra le mura di casa e ad affidargli ciò che hai di più prezioso, a pagarlo per fare quello che tu non riesci a fare.

Nonostante l’apparenza, confermata poi anche dall’atteggiamento mite e solare di Louise, le persone però non si conoscono mai abbastanza. E quelle che definiamo “parti fondamentali della famiglia” rimarranno sempre corpi estranei, di cui un giorno o l’altro potremmo disfarci. E più di una volta, nel libro, qualche personaggio secondario lo fa notare a Myriam e Paul.

Il denaro porta anche a questo, a creare dipendenze che in realtà sono solo transitorie. Perché i bambini crescono e non hanno più bisogno di una tata, perché la famiglia si trasferisce o perché da una parte o dall’altra è venuta meno la fiducia.

Non è un’accusa o un giudizio, è solo l’analisi della realtà e della condizione in cui viviamo.

Le considerazioni su cosa è giusto e cosa è sbagliato restano tutte in mano al lettore. Io posso solo dirvi che questo libro è assolutamente da leggere.

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