Nel vasto panorama dei libri gialli italiani ci sono interessanti novità. Una di queste è rappresentata sicuramente da Matteo Bortolotti, scrittore, sceneggiatore e story-editor bolognese che, ammetto, non conoscevo. Ma si sa, il mondo ha in serbo per noi tante sorprese!

Per farvela breve sono intervenuti ancora una volta quei sei gradi e mezzo di separazione e toh! viene fuori che io non conosco lui, ma conosco sua moglie e lui, invece, conosce me (o meglio il mio blog). E insomma mi capita tra le mani Il mistero della loggia perduta  e io son già qui che fremo per leggere una nuova indagine di Matteo Bortolotti (scrittore e personaggio).
Ma andiamo con ordine.

Il romanzo è un giallo della più tradizionale delle scuole. Il libro ideale se siete degli amanti del genere, ma anche se non lo siete. C’è un cadavere, un assassino che vaga indisturbato e un movente da trovare. Sulla scena del delitto si radunano un commissario segretamente affetto dal morbo di Alzheimer, un sovrintendente della polizia scientifica, un ispettore e un magistrato. Ah sì, e anche uno scrittore di gialli che spesso gioca a fare il detective.

E come se tutto ciò non bastasse, il morto è il maggiordomo.
O almeno così pare.

Nei gialli l’assassino è sempre il maggiordomo. Questa volta il maggiordomo è la vittima.

Ma chi come me è cresciuto a pane, burro e signora Fletcher sa che niente è mai come lo si vuol far apparire, su una scena del crimine.
jessica fletcher signora in giallo
E Matteo Bortolotti, che di questo pane ci campa, ha deciso che la verità deve venire a galla, costi quel che costi.
Da qui parte una vera e propria corsa contro il tempo (l’elemento “scadenza” è un altro degli ingredienti basilari in un giallo che si rispetti) per scoprire l’assassino e svelare un mistero sepolto da oramai troppo tempo.

Non voglio raccontarvi di più, perché il bello di questo libro è proprio il suo continuo divenire una cosa e subito dopo un’altra.

A leggere questo romanzetto ci si mette poche ore e io mi sono davvero divertita. Lo so, non è un comico ma un noir, che per definizione dovrebbe essere qualcosa di cupo e oscuro, dove non c’è proprio nulla da ridere. Invece a me di risate ne ha strappate tante.
E non prendetelo come un commento negativo, come quando chiedete a un amico “Com’è quella ragazza con cui sei uscito ieri sera?” E lui risponde ” Simpatica” (sigh).

Qui il divertimento va a braccetto con la suspence. Il tono a tratti ironico con cui Matteo Bortolotti (che poi: quale dei due? L’autore o il personaggio?) racconta le vicende contribuisce a smorzare la tensione e a rendere tutto molto più scorrevole.

Sarà il formato (un libercolo 12×17 cm), il numero ridotto di pagine (poco più di 170) o lo stile che cattura, o un mix di tutti e tre, sta di fatto che si legge tutto d’un fiato. E come vi raccontavo qualche giorno fa su Instagram è la cura giusta se soffrite di insonnia.

Libri gialli italiani: non più i soliti nomi noti

Quando si parla di libri gialli italiani si tende a pensare a Camilleri e al suo Commissario Montalbano, oppure a Carlo Lucarelli e Gianluca Morozzi. Nomi noti, nel panorama nazionale, che hanno oramai un posto fisso nelle classifiche dei libri più venduti.
Io, invece, sono voluta andare controcorrente, e ho scelto uno scrittore al momento forse ancora poco famoso, ma sicuramente molto promettente: Matteo Bortolotti.
Ecco una breve intervista per farvelo conoscere meglio.

– Nel libro sono presenti molti riferimenti (più o meno velati) a scrittori di gialli, detective famosi e peculiarità del genere giallo. Quali sono gli autori che più ti hanno ispirato, nella tua carriera di scrittore?

Sono troppi. L’ispirazione la puoi trovare ovunque. Alcuni scrittori che non preferisco mi hanno acceso dei Big-Bang narrativi. Il prossimo maestro è a una pagina di distanza, basta solo avere la curiosità di girarla.

Tra i miei preferiti, comunque, ci sono Carver, De Lillo, Faulkner, O’Connor, per esempio. Facciamo così: dico Shakespeare e Stephen King. Così li comprendiamo quasi tutti.

Per quel che riguarda il ‘genere’, il sarcasmo di Chandler e lo stoicismo dei personaggi di Hammett. E poi la scuola del mystery inglese, il super-gruppo del Detection Club di Knox, Chesterton e Agatha Christie.

In Italia abbiamo avuto scrittori con la S maiuscola: Scerbanenco, per esempio. E con la O maiuscola, come Renato Olivieri. Scherzi a parte. Sono cresciuto coi romanzi di Loriano Macchiavelli. È tutta colpa sua se scrivo, è stato lui prima di tutti a convincermi che potevo farlo. È un’ispirazione come scrittore e come essere umano.

matteo bortolotti
photo: © Valerio Lelli

– Il protagonista principale di questo libro è uno scrittore-detective che si chiama proprio come te: Matteo Bortolotti. Anzi, forse sei proprio tu. Come mai questa scelta?

La storia vera è lunga, ma se avete un po’ di pazienza vorrei condividerla.

Avevo voglia di scrivere un giallo ‘classico’, di divertire e divertirmi. Volevo prendere in giro gli stereotipi del genere, le mode letterarie, gli artistoidi, i giornalisti, il mainstream… volevo raccontare la mia città lasciandomi degli spazi di leggerezza, come mi era capitato scrivendo la serie TV de ‘L’Ispettore Coliandro’.

Ci sono tante cose che in una storia noir non puoi dire, risate che non puoi regalare, fra una lacrima di sale e una di sangue. Il giallo è molto più casual, ti permette di spaziare.

Solo che poi, non riuscivo a trovare un protagonista adatto. Le classifiche sono piene di commissari appassionati di buona cucina, di poliziotti maledetti, di improbabili criminologi forensi, di donne durissime dal passato difficile e di loro cloni in tutte le province d’Italia…

Le nuvole si addensarono d’un tratto. Il mondo implose. Scoprimmo che mia madre stava morendo, schiacciata da un male incurabile. Mi ritirai dal lavoro per aiutare mio padre ad assisterla. Quegli ultimi mesi ora mi sembrano così brevi, allora mi sembrarono eterni.

Nei primi tempi, quando ancora parlavamo, per farle compagnia, cominciai a raccontarle alcune mie avventure. Gli scrittori ingigantiscono sempre quello che gli succede, siamo delle drama-queen. Le parlai dei miei segreti, di quelle cose che alla mamma non diresti mai. Non sono mai stato particolarmente mammone, ma mai come in quell’occasione ho capito il valore della restituzione. Quella donna mi aveva fatto nascere, non sembra una cosa straordinaria, ma nel mio piccolo aveva un valore… universale. Il tempo scorreva. Mi aprii con lei, che ascoltava. A volte confusa, più spesso divertita. Anche quando non c’era niente da ridere!

«Mamma, quella volta ho rischiato di morire.»
«In modo molto divertente.»
«È colpa degli oppiacei.»
«Non mi danno ancora gli oppiacei.»
«Non è stato divertente.»
«Da come lo hai raccontato, l’hai reso divertente.»

Non è questo che fanno gli scrittori? Rendere le cose… qualcosa? Così, in quei giorni difficili feci alcune prove di scrittura. Scrivevo e leggevo a mia mamma, che rideva e mi chiedeva come sarebbe andata a finire. Le presentai anche i miei amici, quelli veri, che trovate anche nel romanzo.

Ricordo il suo ultimo sorriso. È registrato in un video girato col telefonino in una chat di Whatsapp che condividevamo, voleva salutare il Carne e il Godzilla.

Ne parlai a Loriano Macchiavelli: un protagonista-giallista, uno Spaghetti-Mystery alla Ellery Queen in cui il nome dell’autore e quello del protagonista coincidessero. Al telefono mi disse solo: «Mi sembra una follia, forse potresti farla funzionare.»

Una delle cose che preferisco dei romanzi di Loriano è la rottura della quarta parete. Perché non romperla al contrario?

Cosa succederebbe se uno scrittore entrasse dentro un romanzo?

Sarebbe vittima del suo stesso gioco. E credetemi, sono gatte da pelare.

 

– Ma quindi li sai fare davvero i tortellini???

A dire la verità i miei non sono veri tortellini, mia nonna era di Argenta e li faceva più grossi. Sono dei cappelletti. Non li faccio da un po’. Sei invitata a cena, così ho la scusa buona.

(Accetto!!!, ndr)

– A parte il nome, quanto c’è di te in questo personaggio?Il personaggio ho deciso di trattarlo come tale, quindi si piega alle esigenze narrative. I vezzi, i vizi, i birignao che ha, sono necessariamente portati all’estremo. Grande cocomero!

– E gli amici, sono reali? No perché io il Carne lo vorrei proprio conoscere! (Ahiaaaaa!)

Il Carne è vivo e lotta insieme a noi. Almeno fino a quindici giorni fa. Con lui non si sa mai. Sono passato dalla pizzeria e col Godzilla l’abbiamo cercato. Erano le dieci del mattino. È arrivato alle due e quaranta del pomeriggio, con una compagnia di sei persone che aveva conosciuto per strada.

– Quindi anche tu vai a ficcanasare sulla scena del crimine, per trarre ispirazione?

Ho collaborato in occasione di alcune indagini, il che mi ha dato la scusa per poterci ridere sopra. C’è qualcosa di vero in quello che scrivo? E chi capisce più la differenza!

– Di professione sei uno sceneggiatore TV: credi potrebbe nascere una serie ispirata alle vicende dello scrittore-detective Matteo Bortolotti?

Con il finale di Castle e l’eterno ritorno di Jessica Fletcher nella programmazione generalista… secondo me lo spazio è aperto per un tipo di personaggio del genere, se n’è parlato e se ne parla.

Non poniamo limite alla follia. Specie di questi tempi, in cui mi sembra proprio senza freni.

– Il libro si presta molto bene a un sequel, anzi a più d’uno a dire la verità. Io me la immagino già, una collana con tutti i casi risolti da Matteo Bortolotti e dal commissario Abate. Tu no?

Il Mistero della Loggia Perduta è stato un esperimento sul campo. Un esperimento riuscito, a giudicare dall’apprezzamento dei lettori.

C’è un nuovo romanzo pronto, un restyling dei personaggi in corso, e c’è anche il nome per la serie.

– Pur essendo tu il protagonista, hai deciso di scrivere di te in terza persona. Perché questa scelta?

Alla fine dei conti, io non sono il protagonista. Nemmeno lo scrittore lo è. È il lettore il vero ‘player one’ in gioco.

Ellery Queen non scriveva in prima persona. Voleva evitare un’eccessiva ridondanza, tenere la giusta distanza tra autore (erano due) e protagonista.

La porta è sempre aperta. In alcuni casi, come quello del Sanantonio di Dard, la prima persona funziona molto. Chissà che prima o poi non lo sperimenti anch’io.

Ora delle domande un più più personali, giusto per conoscerci meglio ;)

– Da dove arriva questa tua passione per la scrittura?

Dalla connessione. Una spinta che ho sempre avuto a raggiungere gli altri, a confrontarmi con loro. Penso che le storie servano anche a questo. Oltre ad attrarre l’attenzione e soddisfare la drama-queen che è in me.

– Com’è andata con il romanzo d’esordio “Questo è il mio sangue”?

Un’esperienza eccezionale. Esordire con Mondadori a ventiquattro anni, con un romanzo opzionato da un premio Oscar (G. Salvatores) con l’idea di farne un film! Mi ha permesso di imparare dai migliori. Grazie a Questo è il mio sangue ho fatto TV, ho guardato l’industria dell’intrattenimento dall’interno.

Ai personaggi di quel primo romanzo sono molto legato. Torneranno.

– Cosa c’è nel primo cassetto del tuo comodino (oltre al prossimo romanzo)?

Altri due romanzi in bozze. Una copia del Manuale di Epitteto e un sogno, che nel cassetto non deve mai mancare.

– E sopra il comodino? Cosa stai leggendo in questi giorni?

Sopra il comodino tengo sempre tre civette. :)

Che leggo? Elvis e il colonnello di Piergiorgio Di Cara . E sto per iniziare il nuovo romanzo di Loriano Macchiavelli, Uno sterminio di stelle . E c’è una copia di Amaretto Amber , il terzo romanzo scritto dalla mia amica Traci Andrighetti, nominata da poco USA TODAY best-selling author.

Per tutto quello che non c’è in questa intervista, vi rimando al sito ufficiale di Matteo www.matteobortolotti.it

Se invece vi sono bastate queste righe per convincervi che si tratta di uno scrittore assolutamente da leggere, qui trovate i link ai suoi libri.

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