Quasi quasi ho il blocco dello scrittore: cosa posso dire di Le Ragazze, che non sia già stato detto? Che è struggente, ipnotico, doloroso? Che la scrittura di Emma Cline ha un che di prodigioso? È stato definito da tutti i cantoni il caso letterario dell’anno e l’esordio più convincente. E su L’angolo dei Libri non poteva che essere il libro del mese.

L’incipit contiene in sé delle ottime premesse:

Alzai gli occhi per via delle risate, e continuai a guardare per via delle ragazze.
Notai prima di tutto i capelli, lunghi e spettinati. Poi i gioielli che brillavano al sole. Erano in tre, così lontane che vedevo solo la periferia dei loro lineamenti, ma non importava: capii subito che erano diverse da tutte le altre persone del parco. […] Le ragazze dai capelli lunghi sembravano scivolare su tutto quello che le circondava, figure tragiche e isolate. Come una famiglia reale in esilio.

Sono queste Le ragazze del titolo. Giovani, dall’incedere sicuro, si guardano intorno e ridono dell’umanità. Mentre i passanti le osservano con timore e chi le incontra quasi si scansa, Evie è in assoluta contemplazione. È come se avesse visto la Madonna, in Suzanne.

Avevo un’età in cui esaminavo e classificavo all’istante le altre ragazze, tenendo perennemente il conto di tutti i miei difetti, e mi accorsi subito che quella con i capelli neri era la più carina. Me l’ero aspettato, anche prima di riuscire a vederla bene in faccia. Aveva attorno a sé un’aura di distacco dal mondo terreno, e portava un vestitino largo e sporco che le copriva a malapena il sedere.

La voce narrante è quella di Evie Boyd, giovane di famiglia benestante, con un padre andato a vivere con una donna più giovane e una madre che non accetta la sua età e la sua fragilità ed è continuamente alla ricerca di un uomo perfetto. Una condizione come tante, la sua. Quella di un’adolescente sola e ranicchiata dentro il dolore di un’età fatta di incomprensioni e delusioni.

Suo è il punto di vista attraverso il quale viviamo tutta la storia. Dall’incontro, quasi fortuito, con “le ragazze”, capeggiate dall’enigmatica Suzanne, alla scoperta del proprio corpo messo per la prima volta nelle mani di un uomo. Quel Russell capo carismatico, santone e presunta rockstar, che celebra l’amore libero e promette la salvezza eterna, istruendo i suoi seguaci con cibo spazzatura e grandi quantità di droga.

È tutto un grande flashback, un enorme ricordo che – nonostante siano passati anni – è ancora vivido nella mente. Evie lo riporta a galla un po’ alla volta, cercando di dare delle giustificazioni all’accaduto, di spiegare prima di tutto a se stessa perché ha compiuto certe azioni e perché altre le sono state passivamente inflitte. Una su tutte la decisione di Suzanne di tagliarla fuori proprio la sera in cui si sarebbe deciso il loro destino.

C’è un epilogo tragico, è giusto che lo sappiate. Ma non si tratta di una scoperta inaspettata: è una storia aihmé arcinota, visto che gli avvenimenti raccontati da Emma Cline si ispirano alla vicenda della famiglia Manson, quella di Charlie e dei suoi fedelissimi.

Questo fondo di verità ci lega ancora più indissolubilmente al romanzo. Perché se fosse stata tutta un’invenzione narrativa l’avremo accantonato, una volta finito, come un “bel romanzo” punto e fine. Pensare, invece, che tutto ciò è in parte realmente successo, magari con dei dettagli diversi, o che potrebbe comunque succedere, rende il romanzo straordinariamente potente.

Non sono poi passati tanti anni, da quando Emma Cline era adolescente. La scrittrice ha solo 27 anni e forse questo l’ha aiutata a delineare i tratti di un’età in cui convivono contraddizioni e nonsense.

Non mentono quando dicono che quelli sono gli anni più difficili, per una ragazza. La messa a nudo (in senso figurato ma anche letterale) della propria femminilità spesso porta disagio, imbarazzo, senso di inadeguatezza e svela ogni fragilità ingigantendola come se fosse sotto una, dieci, cento, mille lenti. Gli occhi degli altri diventano radar che sondano il nostro corpo e ci troviamo ad essere sempre giudicate, sempre messe alla prova.

Tante, come Evie, cedono sotto il peso e la forza di personalità esuberanti come quelle di Russell e Suzanne, lasciandosi trascinare in un vortice di contraddizioni, senza avere più la lucidità per distinguere il bene dal male, il giusto dallo sbagliato. Lo spirito ribelle che vive nella nostra testa, in quegli anni che sembrano interminabili, ci impone di fare tutto e il contrario di tutto.

Evie, che aveva a disposizione ogni cosa: agi, soldi, una casa con piscina, un’amica del cuore, si trova a rinunciare volontariamente a ogni bene in favore di una promessa. Quella di poter diventare come Suzanne: libera (e libertina), bella e senza paure. Dimagrisce a vista d’occhio, indossa abiti usati e logori, fuma erba e droghe varie, cercando nello sballo un momento di felicità. Si lascia convincere a fare (e farsi fare) quasi tutto, e anche alla fine saranno altri a decidere per lei.

Le ragazze è stato definito un thriller ad alta intensità emotiva. Io ci aggiungerei che è anche un romanzo tremendamente triste. Christian Raimo su Internazionale dice che “Emma Cline pecca di troppa perfezione”, ma forse la sua analisi è troppo giornalistica e letteraria. Io l’ho preso più per quello che è: un romanzo sulle fragilità dell’adolescenza. Insomma, è una lettura imperdibile, di pancia, e sicuramente uno dei libri più belli del 2016. Ma questo è un altro post.

ps. Una nota va fatta alla traduttrice Martina Testa. Trasferire da una lingua a un’altra significati e significanti non deve essere un lavoro semplice. Emma Cline ha il merito di aver scritto una grande storia, ma Testa di averla saputa trasmettere a noi con altrettanta bravura!