Si può piangere, leggendo un libro, dalla prima all’ultima pagina? Sì, se il testo in oggetto è così toccante, così drammatico, così reale. Michela Marzano ha scritto un capolavoro: “L’amore che mi resta” è il memoir che nessuna madre vorrebbe scrivere. È la storia di un amore pieno e vuoto al tempo stesso, di un dolore immenso e di tutta la forza che serve per superarlo.

La storia è presto detta, e appare chiara fin dalle prime righe: Giada si è suicidata. A raccontare tutta la vicenda a ritroso nel tempo è sua madre, Daria, che non riesce a riprendersi da questo lutto.

In nessuna lingua esiste un termine per definire i genitori che hanno perso un figlio, – dice. – Non c’è in francese, non c’è in spagnolo, non c’è in inglese, non c’è in tedesco, non c’è in russo. Non c’è nemmeno in cinese. […] C’è chi sostiene che il linguaggio sia nato proprio per esprimere il dolore. Finché non si trovano le parole per dirlo, finché non lo si nomina, il dolore devasta. Ci vuole una parola, anche una sola, per riuscire a dare una forma a ciò che si prova. […] Se mancano le parole per nominare qualcosa, vuol dire che quel qualcosa non è a fuoco, forse non esiste nemmeno. Oppure non dovrebbe esistere. Come la morte di un figlio.

Giada era la figlia tanto voluta, tanto attesa, ma che sembrava destinata a non arrivare mai. Non è la figlia biologica di Daria e Andrea, ma è stata adottata che aveva solo pochi mesi quindi è come se fosse sempre stata figlia loro.

E già qui gli interrogativi iniziano a farsi tanti: come si può voler bene a un figlio che non è il tuo? Contro ogni aspettativa, Daria alcuni anni dopo rimane incinta. Riuscirà a dividersi tra l’amore per i due figli? È una domanda che spesso mi pongo anch’io: ho visto quanto affetto si può provare per un figlio e mi chiedo se sarò in grado di provare altrettanto amore per un’altra persona.

Quando accade la tragedia, Daria sembra sprofondare in un burrone senza fine. Non vuole uscire, si barrica in quella che era la vecchia stanza della figlia, oramai fuori casa da un po’, con un amore e con una vita davanti, e si lascia sopraffare dai ricordi.

Ho bisogno di silenzio, e i ricordi gridano. Ho bisogno dei ricordi, e il silenzio si stende su ogni cosa.

Si può dire che anche lei, in qualche modo, smetta di vivere. Trascura il marito e anche il figlio Giacomo, quello naturale, quello che non si aspettava di concepire. Ed è qui che ho provato per lei la pena più grande.

Quando ti muore un figlio sei distrutto dal dolore, fatichi a respirare, ma non puoi mollare, soprattutto se vicino a te ci sono altre persone, addirittura un altro figlio. Chiudersi nel proprio dolore è un atto dovuto ma anche un po’ egoistico: Daria non è la sola a soffrire per la morte di Giada. Come può non capirlo? Ti viene da continuare a chiederglielo, quasi da urlarglielo sulle pagine.

La vita per lui continua, continua per tutti: è la cosa che tollero di meno.

Serve alzarsi in piedi, magari appoggiarsi a qualcosa o qualcuno per compiere i primi passi, per evitare di cadere di nuovo. Serve superare il dolore e vivere la vita che qualcun altro ha deciso di interrompere.

L’amore che mi resta è un libro difficile, non dal punto di vista semantico ma da quello emotivo. Le motivazioni del suicidio non sono chiarite se non alla fine, quando Daria riesce finalmente a ricostruire la vita della figlia, quella che forse non aveva voluto vedere. Ed è ancor più doloroso scoprire che Giada non era felice, non perché non avesse ricevuto affetto e amore dalla sua famiglia adottiva, ma perché si sentiva incompleta, mancante di un pezzo.

Il male lascia senza parole. Se non lo nomini, non esiste. Se non lo chiami, scompare. Fino a che non impazzisci per aver ingoiato tutte quelle parole impronunciabili.

Oltre ad essere il libro più bello che ho letto questo mese, L’amore che mi resta di Michela Marzano è sicuramente uno dei più belli letti quest’anno. Ecco perché ve lo consiglio. Spassionatamente.