Ho iniziato l’anno leggendo dei libri bellissimi, e uno di questi è proprio La vegetariana di Han Kang. Un romanzo di protesta, che ci lascia con tantissimi interrogativi: sulla vita, sul corpo, sulla razza umana, sulla violenza che esiste nel mondo. Ma attenzione: non ha nulla a che vedere con il vegetarianesimo in senso etico, che va tanto di moda oggi.

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“La vegetariana” è stato il romanzo vincitore del Man Booker International Prize del 2016, un riconoscimento letterario davvero importante, che da solo vale più di mille consigli e libri del mese. Ovviamente non potevo esimermi dal premiarlo anch’io, a mio modo, perché la sua lettura mi ha davvero travolta. E parte del merito va anche a Michela Murgia, che me l’ha fatto amare fin dalla sua presentazione a Quante Storie.

Provocatorio, enigmatico, a tratti surreale, è un romanzo che spiazza. 

Tutto ruota attorno a un sogno, fatto dalla protagonista: un incubo, potremmo dire. È un avvenimento ricorrente, tanto che si sente costretta a non dormire per non doverlo sognare di nuovo.

Ed è proprio questo sogno che la spinge a non mangiare più carne, diventando così vegetariana. Poi addirittura vegana, fino ad arrivare al digiuno completo. Nel suo “delirio”, Yeong-hye si crede un vegetale, vuole lasciare la razza umana e vivere come una pianta, alimentandosi solo di luce.

La storia, però, non è mai raccontata direttamente dalla protagonista. I punti di vista sono 3, ognuno con il suo atto. Prima c’è il marito, un uomo gretto e superficiale che non capisce la scelta alimentare della moglie e la tratta come una pazza.

La scelta di non cibarsi più di alcun alimento proveniente da animali viene vista, dalla società sudcoreana, come qualcosa di incomprensibile e ingiustificabile. Un capriccio, più che un bisogno.

Nel secondo capitolo a parlare è il cognato, un artista che dà una lettura mistica e quasi poetica del silenzio dei fiori e delle piante in cui Yeong-hye si è immedesimata.

Infine tocca alla sorella di Yeong-hye, nella parte che secondo me è la più profonda e la più significativa. In-hye ci porta a scoprire come dietro alla scelta di diventare vegetariana, la donna nasconda un profondo disagio legato ad avvenimenti familiari passati. Il suo assisterla nella clinica psichiatrica in cui è ricoverata la porterà ad avvicinarsi sempre più a lei e quasi a comprendere la sua scelta, anche se non ad accettarla.

Han Kang sa delineare con una incomparabile delicatezza narrativa un tema così duro come quello della violenza nel mondo. E lo fa raccontando la “storia di una donna che è talmente sana di mente da non poter sopportare il mondo per come è fatto”, pieno di falsità, menzogne e ipocrisie. E ovviamente, questo suo essere diversa è visto dagli altri come pazzia.

Le piante sono gli unici esseri viventi che possono sopravvivere senza fare del male a nessuno.

In questa bellissima intervista su Marie Claire l’autrice spiega com’è nato il romanzo e  qual è il suo significato, almeno quello apparente.

L’utilizzo di un narratore esterno, anzi di 3 narratori diversi, lascia infatti il giusto spazio al lettore, che può trarre da sé le sue conclusioni, per dare alla storia la sua personale interpretazione. Ed è questo il bello di un libro: il poter creare un vuoto attorno al quale il lettore può ricamare mille e una opinioni diverse.

Ora, ovviamente, sono curiosa di sapere qual è la vostra ;)