Chi era Lorenzo Ciabatti? Un gran lavoratore, il Professore, primario dell’ospedale di Orbetello. Un benefattore, un santo qualcuno dice, di sicuro un uomo potente. Ma per la sua famiglia è un marito gelido e un padre autoritario e dispotico, spesso assente, ma a tratti anche attento e premuroso. E poi? C’è dell’altro, qualcosa che tutti sanno ma non vogliono dire. E questa cosa tormenta la figlia Teresa, al punto che diventa la sua ossessione. Scoprire la verità, ad ogni costo.

Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quattro anni e sono la figlia, la gioia, l’orgoglio, l’amore del Professore.

Una convinzione che, dopo la morte del padre, ha iniziato a incrinarsi, fino a sprofondare sotto il peso di una verità da tutti taciuta.

Pensavo che mi amasse immensamente, che fossi io l’amore della sua vita, che a me, solo a me avesse raccontato tutto.

Chi mi legge da un po’ conosce bene la mia passione per i romanzi basati su storie vere. Nessuna finzione letteraria, nessun personaggio frutto di grande fantasia. Solo la cronistoria di fatti realmente accaduti, di emozioni realmente provate. Ecco, proprio perché sono i libri che più adoro ne ho letti parecchi, ma uno bello come “La più amata” di Teresa Ciabatti era da un po’ che non mi capitava tra le mani.

Di cosa parla? È la protagonista/narratrice/autrice stessa a dichiararlo, nelle prime pagine:

Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quarantaquattro anni, e a ventisei dalla sua morte decido di scoprire chi fosse davvero mio padre. Diventa la mia ossessione. Non ci dormo la notte, allontano amici e parenti, mi occupo solo di questo: indagare, ricordare, collegare. A quarantaquattro anni do la colpa a mio padre per quello che sono. Anaffettiva, discontinua, egoista, diffidente, ossessionata dal passato.

E più avanti…

Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quarantaquattro anni e non trovo pace. Voglio scoprire perché sono questo tipo di adulto, deve esserci un’origine, ricordo, collego. Un motivo che mi ha resa tanto diversa… L’anno che mamma dormiva. Deve essere successo qualcosa. Qualcuno mi ha fatto del male. Ricordo, collego, invento. Cosa ha generato questa donna incompiuta.

Quella bambina speciale che crede di essere il fulcro dei pensieri del padre è diventata una donna, e non è più così convinta di essere stata “la più amata”. Dall’infanzia fatta di bagni in piscina nella villa del Pozzarello, castelli d’oro per le Barbie costruiti con i lingotti trovati in un cassetto, Teresa passa presto all’adolescenza, un periodo difficile per tutti, ma ancora di più per una ragazza smorfiosa e viziata come lei. Abituata al servilismo degli infermieri e dei medici succubi del padre, si trova all’improvviso catapultata in un mondo che non le regala niente. Per farsi degli amici inventa storie e ingigantisce la realtà, per farsi bella (cosa che all’apparenza non è) davanti agli altri e sentirsi di nuovo la regina sul piedistallo. Ingrassa a vista d’occhio, Teresa, è indisponente, arrogante e totalmente impreparata alla vita.

La scrittura della Ciabatti è densa e nervosa. La ricostruzione del passato a volte sembra perdere il filo e mettere insieme i pezzi della sua vita e di quella della sua famiglia è complicato, nella lettura, come lo è stato nella vita vera. La candidatura al Premio Strega, però, ci sta tutta, perché con questa prova di autofiction l’autrice ci ha regalato un vero e proprio capolavoro, un ritratto di famiglia dalle tinte sbiadite, che è allo stesso tempo il ritratto di un’epoca.

Scrivere, così come leggere, può essere un’ottima forma di terapia. “La più amata” ne è la prova provante.

L’unico appunto che mi sento di condividere con voi per aprire un po’ il dibattito, è dato dal fatto che Ciabatti ha pubblicato questo libro solo dopo la morte di entrambi i genitori. Non credo sia stata una scelta più di tanto voluta, quanto un’esigenza dettata dalle tempistiche con cui è riuscita a ricostruire tutto il suo passato. Secondo voi, però, come sarebbe stato accolto il romanzo, se madre ma soprattutto padre fossero stati ancora vivi al momento della pubblicazione?