Ci sono libri che ci parlano, che raccontano di noi anche se i dettagli sono nascosti dietro personaggi che non pensavamo di amare così tanto. Perché ci somigliamo. Tremendamente.

È quello che è successo a me con “La nostalgia degli altri” di Federica Manzon, un libro che vi presento in super anteprima e che uscirà tra qualche giorno per Feltrinelli (precisamente il 6 aprile).

L’inizio è stato difficile, non riuscivo a legare con questo libro, mi sembrava troppo complicato, non capivo dove voleva andare a parare.

Poi BAM! d’improvviso, come un lampo, sono caduta nel vortice delle parole e non sono più riuscita a emergere dalle pagine, fino all’ultimo, destabilizzante capitolo.

Federica Manzon (Pordenone, 1981) collabora con l’organizzazione del festival letterario Pordenonelegge ed è redattrice della rivista “Nuovi Argomenti”. Questo non è il suo esordio letterario: all’attivo ha il reportage narrativo “Come si dice addio” e il romanzo “Di fama e di sventura” (premo Rapallo Carige 2011 e premio Selezione Campiello 2011). Insomma, è una che sa scrivere e lo fa davvero molto bene. Per questo nuovo lavoro ho voluto intervistarla per farvela conoscere e perché fosse lei a raccontare “La nostalgia degli altri”.

L’ho sentita per telefono (cioè, ho chiamato al cellulare una scrittrice, vi rendete conto?) e le ho fatto alcune domande. Ci siamo trovate così tanto in sintonia che ci siamo già accordate per vederci e lo faremo – ovviamente – in libreria, a Verona, per la presentazione del suo romanzo. Presto tutti gli aggiornamenti su data e ora.,

Partiamo dal titolo: bellissimo, a mio dire. L’hai scelto tu?

L’abbiamo scelto insieme, io e l’editore. Io non avevo idee, non sono brava con i titoli. Ma mi piaceva molto la parola “nostalgia”. C’è un pezzo nel libro in cui si parla di nostalgia per l’infanzia perduta, ed è un sentimento che ritorna anche più avanti, quando ci si rende conto che i personaggi vivono in un mondo senza corpi, e vogliono viverci, ma sentono comunque la nostalgia del corpo reale. Insomma, è un aspetto che tiene insieme tante parti del libro e sentivo che doveva esserci, anche nel titolo.

Il romanzo è ambientato tra Trieste e Milano. Perché hai scelto proprio queste due città?

Trieste è dove ho studiato e dove praticamente torno ogni weekend. Ha un posto importante nella mia vita ed è la città in cui torno quando scrivo. È difficile spiegarlo, ma mi dà una grande libertà in testa. Sarà quel suo essere estremamente contradditoria, un crogiuolo di culture, vitale e al tempo stesso arroccata sui suoi miti. E poi c’è il mare, che è un livellatore sociale, proprio il contrario di Milano (dove vivo) che è una città internazionale ma molto concentrata su quello che sei, quello che fai, quello che dici. Una città piena di ambizione. Credo molto nel potere del luoghi di influenzare le nostre vite e queste due città, forse perché le vivo ma ne sono allo stesso tempo estranea, mi hanno ispirata molto.

I luoghi hanno un potere sulle nostre vite molto superiore rispetto a quello che siamo portati ad attribuirgli.

L’idea che sta alla base del romanzo è molto originale. “La nostalgia degli altri” parla di un amore che si nutre di parole scritte più che di carezze. Detta così sembra che stiamo parlando di un epistolario tipo “Pamela” di Richardson, ma in realtà le parole scritte sono gli SMS che Adrian e Lizzie si scambiano tutte le notti, invece di vedersi e toccarsi. Da dove ti è venuta l’idea per questa storia?

In realtà volevo approfondire due diversi temi. Uno era il potere che hanno le parole di rendere le cose reali.

A raccontare bene una storia la si può trasformare in realtà.

Se racconti bene qualcosa la puoi rendere reale, anche se non lo è. E puoi generare delle conseguenze, in base a come la racconti. Ed è un po’ quello che accade oggigiorno sul web: in questi luoghi spersonalizzati che sono i social network o, più in generale, i mondi virtuali, è importante avere una storia in cui inserire la nostra esperienza, per renderla più significativa.

Un po’ come succede nel romanzo “Da una storia vera” di Delphine De Vigan. L’hai letto?

Sì, e mi è piaciuto moltissimo. E mi è piaciuto anche “Espiazione” di Ian McEwan, soprattutto quando descrive il perché qualcuno scrive – o meglio inventa – le storie. Tutte nascono da motivazioni reali molto forti, che ci spingono a credere che scrivere possa far combaciare le cose.

Dicevi che sei partita da due tematiche: la seconda qual è?

Sono sempre stata particolarmente affascinata da una cosa che accade soprattutto ai ragazzi giovani. Mi sono resa conto che hanno reazioni davvero molto forti quando qualcuno gli toglie l’amicizia su Facebook. A noi “immigrati digitali” può sembrare un’assurdità, ma per loro è qualcosa di emotivamente destabilizzante. Anche senza il corpo di mezzo, quindi, puoi esasperare le cose e vivere sentimenti davvero potenti.

Questa mancanza fisica ritorna spesso, soprattutto quando descrivi i personaggi. Difficilmente vengono presentati per i loro tratti somatici, ma quando lo fai (ad esempio con gli occhi blu Klein di Adrian) li enfatizzi molto. È una scelta voluta?

Sì, certo. Gli occhi sono lo specchio dell’anima. Quando guardi qualcuno negli occhi puoi scoprire il non-detto, puoi addirittura andare oltre. Parlandosi virtualmente, tramite cellulare, Adrian e Lizzie non sanno mai quanto l’altro/a sia sincero, non possono provare la tenuta delle storie che raccontano, perché non hanno davanti un corpo che, volente o nolente, tradisce sempre delle emozioni.

Quanto più i corpi di sottraggono, tanto più l’amore dilaga.

Senza un corpo di mezzo, quindi, è tutto più semplice. Ma un amore virtuale credi sia veramente possibile? E soprattutto possa durare?

Credo che anche se i corpi escono di scena, i sentimenti che si provano siano ugualmente forti. È un modo diverso di provare emozioni, la Rete ridisegna i nostri sentimenti ma noi, che abbiamo fatto esperienza di un altro mondo, sembra sempre che manchi qualcosa. Hai presente il film LEI di Spike Jonze? Ecco, lì il protagonista si innamora della voce del computer e la sua è una passione davvero travolgente. Sembra surreale ma non lo è. Ritengo però che non abbiamo a disposizione tutte le categorie per poter giudicare.

Se Lizzie e Adrian si fossero conosciuti in qualsiasi altro posto, fuori dalle vetrate telecamerizzate dell’Acquario, se si fossero scritti con la praticità di chi non crede nelle manipolazioni della finzione e non le padroneggia, se ci fossero stati gesti e voci a tradire un sentimento o un’intenzione e passi uno accanto all’altra, non tutte quelle parole, ecco, mi chiedo se le cose sarebbero andate diversamente.

Ma è una domanda mal posta, dal momento che Lizzie e Adrian si sono incontrati in quanto creature calzanti al sogno dell’Acquario e su quello hanno costruito buona parte della loro complicità – una passione, un’ossessione, la sconfinata bramosia di immergersi in storie che accadono in un universo fittizio: un’attitudine, la loro, considerata al pari di un capriccio infantile fuori di qui.

Passiamo ora ai personaggi: quale ti è risultato più difficile scrivere?

In realtà i tre protagonisti mi sono usciti di getto, senza particolari difficoltà. Li avevo in testa da un po’ e raccontare di loro è stata la parte più semplice. L’unico con cui ho fatto un po’ fatica, forse, è stato lo zio di Adrian, perché volevo che rappresentasse per lui qualcosa di importante, che l’avrebbe segnato per sempre. Sono convinta che tutti noi siamo in un certo modo perché nella vita ci è capitato qualcosa – di bello o di brutto – che ci ha toccato profondamente.

Non credo che ci sia un modo per essere preparati alle cose difficili, quelle che ci piombano addosso senza tanti preamboli, e il nostro compito è sempre più serio di quello che siamo in grado di affrontare.

Inventare storie porta alcuni personaggi a trasformarsi in fake di se stessi. Cosa pensi di chi si finge qualcun altro, grazie alla rete?

Secondo me non è per forza qualcosa di negativo. Far credere agli altri di essere qualcuno che non siamo è una cosa bella ma allo stesso tempo inquietante. Tutti siamo determinati, dalle aspettative dei genitori e degli amici, a essere chi eravamo fin dall’inizio. La rete ci dà la possibilità magnifica di essere tutto ciò che non possiamo essere nella vita reale, di sperimentare. Il desiderio di essere qualcuno, in un mondo nuovo dove non devi rendere conto di niente, è una cosa che fino a prima di Internet potevano fare solo gli scrittori.

Lizzie non è l’apparizione spavalda e irraggiungibile della mia adolescenza ma una bambina inerme, facile da ferire; Adrian è lontanissimo dall’essere l’anima solitaria e sensibile che ci ha raccontato, è un falsificatore esperto, un impostore dalle identità intercambiabili, un calcolatore chirurgico.

Il libro è costellato di citazioni colte e riferimenti letterari. Ci sono dei testi in particolare che ti hanno ispirata durante la stesura del romanzo?

Quelli che ho letto nei giorni vicini alla scrittura, e che credo un po’ mi abbiano influenzata, sono stati “Città in fiamme” di Garth Risk Hallberg e “Una vita come tante” di Hanya Yanagihara. Leggo molto quindi ci sono tanti libri su cui ritorno spesso, a seconda del momento della vita che sto affrontando. Tra i miei preferiti di sempre, però, ci sono anche libri come “Il giardino di cemento” di Ian McEwan e autori come Stephen King e James Salter.

Sono Mercuzio e come da copione istigo in buonafede i primi passi di una catastrofe che richiederà tempo.

E ora che libro/i stai leggendo?

Non è mai uno solo. Attualmente ho sul comodino “Fato e furia” di Lauren Groff, “Ritratto di un tossico da giovane” di Bill Clegg e “I tempi non sono mai così cattivi” di Andre Dubus.