Quel titolo, Io sono Malala, non serve a ricordare alla giovane pasthun chi è o qual è il suo nome, serve a noi. Con questo slogan, infatti, l’ex primo ministro inglese Gordon Brown, ora inviato speciale dell’ONU per l’istruzione mondiale, ha lanciato un’importante petizione: entro il 2015 a nessun bambino o bambina sarà più negato il diritto di andare a scuola.

Un obiettivo davvero ragguardevole, perché la cultura e la conoscenza sono fondamentali per la formazione di uomini e donne nuovi, che un giorno saranno a capo di organizzazioni internazionali, stati e paesi, saranno i medici che cureranno i nostri figli e nipoti, gli avvocati che li difenderanno, gli architetti che costruiranno case e palazzi che li ospiteranno, i docenti che li istruiranno a loro volta o semplicemente saranno persone libere di fare scelte consapevoli e non vittime dell’ignoranza.

Chi è Malala Yousafzai?

Ad oggi una ragazzina pakistana di 16 anni, innamorata del suo paese. Vive a Birmingham con la famiglia, la città che l’ha accolta quando aveva più bisogno di aiuto, quando i talebani, incapaci di frenare questo suo entusiasmo e la sua lotta per l’istruzione delle donne, cercarono di eliminarla con un attentato. Malala miracolosamente si salvò: dopo numerose operazioni e il rischio di una paralisi al viso, ne è uscita ancora più forte e determinata.

Premio Nobel per la Pace nel 2014, insignita nel 2011 del Pakistan National Peace Prize, a 11 anni teneva già comizi e dibattiti nella sua terra e nei paesi limitrofi e iniziò a tenere un blog per la BBC raccontando, in urdu e sotto falso nome, quello che stava accadendo nel suo paese. Seguendo le orme del padre e del nonno, abili oratori e ferventi attivisti per la pace e la libertà, ha da sempre desiderato fare qualcosa per aiutare gli altri.

Nulla in confronto ai/alle quindicenni d’oggi. Malala è la cosiddetta “mosca bianca”. Complice anche la sua cultura, che le ha insegnato da sempre a dare agli altri prima che a se stessa, a condividere tutto e ad aprire la porta di casa a chi ne aveva bisogno, è un personaggio quasi fantascientifico, se la paragoniamo agli adolescenti cellulare-dipendenti che ci stanno attorno, con la sigaretta in bocca, che non hanno la più pallida idea di cosa fare della propria vita. Fin dalle elementari, quando le sue compagne di classe sognavano la carriera da medico, Malala sognava di fare il primo ministro. I suoi miti? Benazir Bhutto o l’eroina Malalai di Maiwand, da cui suo padre ha scelto il suo nome.

Il giorno del suo sedicesimo compleanno Malala parlava davanti a 400 persone, durante l’assemblea delle Nazioni Unite, per chiedere ai leader del mondo di dare un’istruzione gratuita a tutti i bambini.

«Prendiamo in mano i nostri libri e le nostre penne. Sono le nostre armi più potenti. Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo».

«Oggi tutti noi sappiamo che l’istruzione è uno dei nostri diritti inviolabili. E non solo in Occidente. Nel Corano è scritto che Dio vuole che noi abbiamo la conoscenza, vuole che sappiamo perché il cielo è blu e che impariamo a conoscere gli oceani e le stelle. So che si tratta di una battaglia molto dura: nel mondo ci sono ancora 57 milioni di bambini che non frequentano la scuola primaria, e di questi 32 milioni sono femmine. Ed è molto triste ricordare che proprio il mio paese, il Pakistan, è uno dei peggiori: 5,1 milioni di bambini che non vanno nemmeno alle elementari anche se la nostra Costituzione dice che tutti i bambini hanno il diritto di frequentare la scuola. Abbiamo quasi 50 milioni di adulti analfabeti, due terzi dei quali sono donne come mia madre».

Malala non ha paura di dire come la pensa e nel raccontare la storia del suo paese non tralascia di citare sure del Corano e insegnamenti dell’Islam che sembrano quasi andare contro quei preconcetti che noi occidentali ci siamo lasciati ficcare in mente come pecore ignoranti. «In Pakistan, se una donna dice di volere la propria indipendenza, la gente pensa che non voglia più obbedire al padre, ai fratelli o al marito. Ma non è questo il significato della parola. “Indipendenza” significa che vogliamo prendere da sole le decisioni che ci riguardano, che vogliamo essere libere di andare a scuola o al lavoro. Da nessuna parte nel Corano c’è scritto che le donne debbano dipendere da un uomo. Nessuna voce è scesa dal cielo per dirci che ogni donna dovrebbe dare retta a un uomo».

malala yousafzai

Di lei colpiscono l’attaccamento e l’affetto per la terra natia, per quello Swat arroccato nel nord del Pakistan, colpito dal terremoto nel 2005, preso con la forza dai talebani e devastato da un’alluvione nel 2011, uno “tsunami al rallentatore”, come lo definì il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, che fece più danni dello tsunami del sudest asiatico, dell’uragano Katrina e del sisma di Haiti messi insieme.

Nel libro, Malala racconta la sua vita e quella del suo paese. Le parti storiche sono difficili, a tratti pesanti da affrontare, con tutti quei nomi con troppe consonanti e poche vocali, ma si alternano a vicende vissute in prima persona da lei e dalla sua famiglia e contribuiscono a rendere tutto straordinariamente reale. Il Pakistan – e comunque il Medio Oriente in generale – non sono la Luna o Marte: sono parti del mondo, del nostro mondo, neanche poi tanto distanti, che non dobbiamo ignorare.

Nella sua dedica Malala scrive:

«A tutte le ragazze che hanno affrontato l’ingiustizia e sono state zittite. Insieme saremo ascoltate».

Perché questa lotta non si fermi alle pagine di un libro è stata fondata l’associazione no profit Malala Fund, che raccoglie fondi da dedicare a progetti educativi in tutto il mondo.

Il 10 novembre, poi, un mese e un giorno dopo l’anniversario del suo attentato, è stato decretato dalle Nazioni Unite il Malala Day.

Lottiamo con i nostri mezzi – le penne e i libri – affinché sia sempre il Malala Day!