Un thriller mozzafiato, come da tempo non ne leggevo. Un romanzo che ti incolla alle pagine, che non ti annoia mai e che ti incuriosisce, per la trama sempre più ingarbugliata. Sto parlando de “Il logista” di Federica Fantozzi. Ambientato tra Roma, Londra e le Maldive, racconta di una giovane giornalista, all’apparenza u po’ sprovveduta e non particolarmente sveglia, che si trova – suo malgrado – impelagata in un caso di terrorismo. Il suo compito non sarà solo quello di documentare i fatti, ma avrà un ruolo centrale nelle indagini e nella risoluzione del caso. E in alcuni momenti si sentirà anche la possibile prossima vittima.

Come per tutti i libri del genere, non è mai bene svelare troppo. Per questo ho voluto far parlare direttamente l’autrice, che ci ha raccontato come le è venuta l’ispirazione per questo libro, che non è il suo primo thriller, e come stia già progettandone un sequel.

– Anche se di norma segui la cronaca politica e non la nera, quanto il tuo lavoro di giornalista ha influito sulla trama (Federica Fantozzi è giornalista de L’Unità, ndr)?

Moltissimo. Tra “Il Logista” e i due libri precedenti ci sono 15 anni, occupati a tempo pieno (oltre che da due figli) dal lavoro di cronista parlamentare. Il giudizio ovviamente spetta ai lettori, ma io credo che mi abbia dato la capacità di essere sintetica, non sbrodolare, e andare al cuore del tema. E poi Amalia, la protagonista, racconta molto del suo punto di vista su questa povera e maltrattata professione…

Il Logista” è il tuo terzo thriller. Perché hai scelto di scrivere questo genere di libri e non, ad esempio, romanzi d’amore?

E’ semplice: perché leggo thriller e non romanzi d’amore. A parte i classici e Georgette Heyer, mi annoiano. Invece divoro gialli, noir, hard boiled, spy-stories, di qualunque epoca e nazionalità. È la mia personale terapia anti-stress.

– Scrivere un giallo o un thriller non è un’impresa semplice, bisogna saper catturare il lettore dalla prima all’ultima pagina. Ci sono libri o autori che ti hanno ispirata?

L’elenco sarebbe infinito, da Agatha Christie al penultimo libro che ho appena letto, “La giostra dei criceti” di Antonio Manzini. A 14 anni divoravo Wilbur Smith e Ken Follett, trovavo straordinaria la loro capacità di tenerti inchiodato fino all’ultima pagina. Un paio di anni dopo ho scoperto lo Stephen King di “It” e “L’ombra dello scorpione”. Vorrei saper scrivere dialoghi come Ian Rankin, e vorrei anche che l’ispettore John Rebus si innamorasse di me. Ma se chiudo gli occhi penso che Amalia, la mia protagonista, abbia qualcosa di Alice Allevi, l’anatomopatologa creata da Alessia Gazzola.

– A fare da cornice alla storia ci sono una Roma degradata (la “terra di nessuno” sulle rive del Tevere è uno scenario clou per il dipanarsi degli eventi ma, di fatto, ne esce una Roma più trasandata che turistica) e il darkside di una Londra covo di terroristi e affari sporchi. Perché hai scelto di ambientare le vicende proprio qui?

Sono romana, nata e cresciuta fino all’adolescenza a Ponte Milvio. Quella zona è molto cambiata, era popolare e verdissima, adesso è trendy e popolata dalla movida notturna. E poi c’è lo Stadio Olimpico, croce dei residenti che non trovano parcheggio e delizia dei tifosi ogni domenica. Mi è venuto naturale ambientare la storia qui, a parte le digressioni londinesi. Ma l’altro lato di Roma che ho voluto fare emergere è il degrado incredibile per una capitale europea: topi, spazzatura, traffico impazzito, caos, burocrazia. Non è una denuncia politica, però, solo un’amara constatazione.

– Hai messo qualcosa di te in Amalia, o è solo frutto della tua immaginazione?

Io metto sempre le mani avanti: lei è più giovane di me, meno magra e più imbranata. Ammetto però che abbiamo in comune una certa capacità di metterci nei guai, una discreta dose di incoscienza e molta curiosità. E soprattutto l’amore per gli animali di ogni razza e taglia.

– Per raccontare alcuni aspetti del terrorismo ti sei “ispirata” ai drammatici eventi del Bataclan, che hai seguito in prima persona per l’Unità. Ci racconti la tua esperienza?

Senza quell’esperienza il romanzo non sarebbe mai nato. Vedere da vicino – in alcuni casi toccare con mano – la devastazione prodotta da un attentato, il dolore di chi sopravvive ai propri cari, il senso di angoscia e fragilità che coglie tutti, ci cambia per sempre. Appena rientrata a Roma ho cercato conforto nella routine di sempre – bambini, lavoro, amici – ma continuavo a farmi una domanda: e se succedesse a Roma? Dalla risposta che ho voluto darmi è uscito fuori “Il logista”. In fondo, è un modo per esorcizzare la paura.

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– Tancredi si è fatto invischiare in loschi affari e i suoi rapporti con il terrorismo orientale stupiscono tutti, Amalia per prima, che l’ha sempre creduto estraneo a queste cose. È un tema molto attuale, quello dei giovani – i cosiddetti jihadisti bianchi – che si lasciano corteggiare da promesse e ideali che, quasi sempre, li portano a immolarsi per una causa che forse non hanno nemmeno capito fino in fondo. Perché, secondo te?

Sono convinta, come scrivo nel libro, che alla base del terrorismo prima ancora di un’ideologia religiosa ci sia la ricerca di un significato da dare alla propria vita. Il che vale per bianchi, neri, gialli e rossi. Più che indottrinati, si sentono amati e ascoltati. Il senso di impotenza e di fallimento è trasversale anche alle classi sociali. Come dice nel romanzo il professor Jafar, non è la povertà a farli ticchettare: è il vuoto dentro.

– E le aquile che sorvolano l’Olimpico durante Roma-Juventus? Nascondi una sciarpa bianco-celeste sotto la giacca? ☺

Veramente sono juventina. Il che a Roma non è facile: mio figlio l’anno scorso, in terza elementare, usciva ogni mattina juventino e tornava a casa giallorosso…

– Amalia si presta bene a diventare un’eroina da romanzi in serie, come il medico legale Kay Scarpetta di Patricia Cornwell. Hai già un secondo libro in mente, che la veda protagonista?

Sì, lo sto scrivendo. Nella mia mente Amalia è protagonista di una trilogia, alla fine della quale chiuderà tutti i conti rimasti in sospeso con amici, amori, avversari, e anche con se stessa. Poi si vedrà.

federica fantozzi

– E ora la domanda di rito che faccio a tutti gli autori che intervisto: cosa stai leggendo in questo periodo? (sai, è la curiosità del lettore seriale, che allunga gli occhi sulla copertina del vicino in treno)

Io leggo in modo compulsivo. In questa settimana: “La scelta decisiva” di Charlotte Link, thriller psicologico assai intrigante; Manzini, come dicevo; e l’ultimissimo, finito ieri notte, “L’estate non perdona” di Flavio Santi. La cosa curiosa è che è ambientato in una bellissima cittadina, Cividale del Friuli, dove sono appena stata a presentare il mio libro al LexFest.