«Di Wondy mamme, Wondy amiche, Wondy colleghe ne esistono migliaia: lavorano con passione, gestiscono la casa e l’agenda di tutta la famiglia, coltivano le amicizie e hanno cento interessi. Supereroine multitasking che si muovono a velocità supersonica e, nelle avversità, sanno come prendere in mano la situazione senza abbattersi e mantenendo il sorriso».

Me la immagino esattamente così, Wondy. Sorridente, forte, ottimista, energica, sempre di corsa nonostante tutto. È come traspare dalle pagine del suo libro, dove racconta che neanche il cancro è riuscito a fermarla. Il suo non è un bel libro solo perché c’è il lieto fine, è un bel libro perché mentre lo leggi ti sembra proprio di conoscerla Wondy. E se non fosse che è scritto in alto, in copertina, non sapresti neanche che si chiama Francesca perché Wondy è come la chiamano tutti e come la chiameresti anche tu se la dovessi incontrare. Una vera Wonder Woman

wondy lotta contro il cancro

wondyAutore: Francesca Del Rosso
Titolo: Wondy ovvero come si diventa supereroi per guarire dal cancro
Genere: Letteratura italiana
Data prima pubblicazione: 2014
Casa Editrice: Rizzoli
Collana: Narrativa italiana
324 pagine
Prezzo copertina: 17,00 €
EAN 9788817070935

Di tutti i mali del mondo il cancro è sicuramente il peggiore. Cresce dentro di te in silenzio, e da dentro ti logora fino a consumarti. Per una donna, poi, il tumore al seno è uno dei più difficili da accettare, perché va a intaccare una parte di quella femminilità che tutte noi – indipendentemente dalla taglia – amiamo di noi stesse. Anche per Wondy è dura, all’inizio: «La sera mi guardavo e faticavo a immaginarmi diversa. Avevo paura di non piacermi più e, soprattutto, di non piacere più a Ken. […] L’aspetto estetico non doveva importarmi, vista la posta in gioco, eppure non riuscivo a non pensarci. Crediamo di sapere tutto di noi stessi e delle persone che amiamo ma di fronte a un trauma le carte si sparigliano e tutto può cambiare, per sempre. Sarei potuta cambiare io, non riuscendo più ad accettarmi e a convivere con un corpo diverso. Oppure sarebbe potuto cambiare Ken, che poteva non riconoscermi più. […] Avevo una paura fottuta e non riuscivo nemmeno a confessarlo a mio marito. Darle voce era come concederle uno spazio, permetterle di insinuarsi fisicamente tra di noi, conferirle un potere che non volevo avesse. Convivere con quel terrore è stata una delle più grandi fatiche che ho dovuto affrontare».

Grazie a un marito fantastico, a due figli meravigliosi e a una stretta cerchia di amici e parenti- che è andata via via scremandosi, dopo il primo e il secondo intervento, lasciando solo i cosiddetti “pochi ma buoni” – e con il suo carisma da supereroina, Wondy è riuscita a portare a casa una vittoria dopo l’altra.

Intervistata recentemente da Daria Bignardi alle Invasioni barbariche, ci ha raccontato un altro po’ di sè.

Come ripete spesso anche nel libro, è proprio l’amore per i suoi figli ciò che più la lega a terra. «Potrei andarmene in ogni momento con un soffio di vento, eppure c’è un filo d’acciaio che non mi stacca da terra e mi tiene piombata al suolo. Sono i miei bambini. […] Non posso lasciarli soli perché sono il loro faro. E anche se non posso proteggerli dal mio cancro, l’unica cosa giusta da fare è curarmi al massimo, tenere alta la guardia e sdrammatizzare per non far sentire loro il peso di questi sassolini, che sembrano macigni e che hanno un altro nome, molto più arcigno».

Il libro è un alternarsi di sensazioni contrastanti, di emozioni forti e dolori atroci, che Wondy ci racconta non per farci stare male ma per aiutarci a stare meglio. «Di giorno sfoggiavo bikini colorati e giocavo con i miei figli. Di notte, al buio, pensavo alla morte». Perché quando ti diagnosticano il BRCA1, «un gene che codifica una proteina, denominata proteina di suscettibilità al cancro della mammella», ci pensi eccome alla morte.

Ma il segreto sta tutto in come la affronti. Se la lasci entrare, insinuarsi nella tua mente e impossessarsi della tua vita, le dai carta bianca e la sua vittoria è facile. Se invece l’affronti di petto (!) e non le dai tregua, le dimostri che vuoi lottare, che non cederai facilmente e che tu in fondo sei molto più “cazzuta” di lei; e allora lei potrebbe concederti una tregua. Più o meno lunga.

Certo, fosse tutto così semplice… Ci vuole sicuramente un po’ di fortuna, ci vuole la scienza, la medicina, la chemio e la radioterapia, spesso uno o più interventi chirurgici e tanta fede (qualsiasi sia il tuo Dio). «Ho sentito dentro di me un’irremovibile volontà di vincere, e una fermezza senza precedenti. E immobile, in silenzio, mi sono fatta una promessa, un giuramento. “Farò tutto quello che è in mio potere. Non mi vergognerò, non mi autocommisererò, non mi farò abbattere da questo male e non mi spezzerò”».

E anche davanti alla terribile notizia di una seconda mastectomia, necessaria per evitare recidive che poi sono arrivate comunque, Wondy ragiona da mamma prima che da donna. «C’era un altro elemento a favore della scelta più drastica. Ed era determinante. Qui non decidevo solo della sorte di Wondy, ma decidevo anche come mamma. Se mi fosse tornato un tumore ancora più invasivo e aggressivo e non ce l’avessi fatta, cosa avrebbero pensato i miei figli? […] Questo pensiero era più forte di qualunque altro. Il possibile rimprovero di uno dei miei figli era molto più condizionante dell’attaccamento fisico al mio seno».

Tra un capitolo e l’altro Wondy ci regala preziosissime liste e utili consigli, come “I dieci rimedi contro nausea & co.”, “Le dieci cose che non si devono dire a un paziente oncologico” o “Le dieci cose da fare tra una chemio e l’altra”. Addirittura ha raccontato quasi in diretta la sua esperienza con il cancro, sfatando un taboo fatto di silenzi e sguardi bassi, tenendo una rubrica sull’edizione online di Vanity Fair dal titolo emblematico: Le chemioavventure di Wondy.

Ora è in giro a presentare il suo libro, a parlare alle donne e agli uomini della sua esperienza e ad ascoltare le storie altrui. E sulla rete impazzano le selfie con l’hashtag #wondysonoio, perché in fondo in fondo siamo tutte un po’ Wondy (o almeno dovremmo imparare ad esserlo).

wondysonoio

Questo libro merita davvero la corona di libro del mese, e se non l’avete ancora fatto vi consiglio di leggerlo. Anzi, consiglio anche a Ella Berthoud e Susan Elderkin di inserirlo nella prossima edizione di Curarsi con i libri sotto la voce “Voglia di vivere, mancanza”.