Dite che è presto parlare di “libro dell’anno” a ottobre? Beh mi piacerebbe poter essere smentita, da qui al 31 dicembre, ma sfido a trovarmi tra le mani un capolavoro più capolavoro di questo libro di Delphine De Vigan. E non pensate che il titolo sia scelto a caso.

Da una storia vera è il racconto di… una storia vera.

O almeno così ci è dato credere.

«Sì, la gente crede a quello che legge, ed è un bene. La gente sa che solo la letteratura ha accesso alla verità. La gente sa quanto sia faticoso scrivere di sè, sa riconoscere quando un libro è sincero e quando non lo è. E credimi, non sbaglia mai. Sì, la gente, come dice il tuo amico, vuole la Verità. Vuole la certezza che sia accaduto davvero. La gente non crede più alla fiction e anzi, se proprio vuoi saperlo, la guarda con sospetto. Crede alle prove, alle testimonianze».

È un romanzo sul potere della realtà, sul meraviglioso rapporto tra lettore e scrittore, sulla finzione letteraria, sui libri e sulle mille vite che ci fanno vivere. Ed è anche una riflessione profonda sulla letteratura contemporanea.

Come scriveva Umberto Eco:

Chi non legge a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria.
Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito.
Perché la lettura è un’immortalità all’indietro.

È difficile parlarvene senza spoilerare la trama. Trattandosi di un thriller psicologico è importantissimo non anticipare nulla, per non rovinare la suspence. Posso solo anticiparvi che a un certo punto le due protagoniste, Delphine ed L., non sono più due persone distinte ma sono fuse in un’unica identità.

In realtà, il mimetismo che L. aveva sviluppato nei miei confronti era diverso. Non era naturale, inconscio. Era volontario. Probabilmente è questo il motivo per cui non mi è sfuggito.

L. la conosciamo un po’ alla volta, da quello che racconta del suo passato e da quello che lascia intuire.

Avevo provato una sensazione strana, familiare, nel sentire L. rievocare alcuni di quei ricordi. Avevano trovato in me un’eco che mi induceva a credere che avessimo qualcosa in comune, qualcosa di profondamente intimo. Qualcosa che non riuscivo a spiegarmi. Un’impronta venuta da lontano. Solo adesso capivo il motivo di quella risonanza.

È un personaggio enigmatico, ma davvero ben costruito.

Il personaggio non aveva forse il diritto di spuntare dal nulla, senza alcun appiglio, di essere pura invenzione? Doveva necessariamente rendere conto a qualcuno? No. Non ne ero convinta. Perché il lettore sapeva di doversi attenere a un patto. Il lettore era sempre pronto a cedere all’illusione a prendere la finzione per realtà. Era in grado di credere a quello che leggeva, pur sapendo che non esisteva. Di crederci come se fosse vero, pur essendo cosciente che si trattava di una ricostruzione. Il lettore era capace di piangere per la morte o la rovina di un personaggio che non esisteva. Ma non era un’impostura, era il contrario.
Qualsiasi lettore avrebbe potuto confermarlo.

L’ho iniziato con curiosità e l’ho divorato con l’avidità che ho riservato a pochi libri, nella vita. Mi ha totalmente attratta a sé, impedendomi di staccare le mani dall’e-reader per paura di allontanarmi troppo. Ho vissuto due giorni con il Kobo sempre appresso, in casa e fuori, per spizzicare frasi e paragrafi a ogni occasione buona.

Perché quasi sempre – per un motivo che non saprei spiegare – il libro riconduceva il lettore alla propria storia. Il libro era una sorta di specchio, con una profondità di campo e dei contorni che non mi appartenevano più.

Le storie vere, quelle che parlano di noi, che racchiudono attimi di vita vera, sono quelle che mi piacciono di più. Perché mi mettono sullo stesso piano dell’autore. Mi fanno sentire parte del racconto. Mi rendono una protagonista.

Mi permettono di entrare nella sua vita, di scoprire che anche lui/lei è una persona comune. E come me sembrano in tanti a pensarla così. Lo conferma anche la stessa De Vigan.

Nessuno meglio di me sapeva fino a che punto le persone, o perlomeno certi lettori, amassero la Verità, cercassero di estrapolarla dalla finzione, la inseguissero di romanzo in romanzo. Quanti di loro mi avevano chiesto quali fossero gli elementi autobiografici dei miei libri precedenti? La parte di vissuto. […] Eppure, continuavo a credere che nell’incontro con un libro – nell’incontro intimo, viscerale, emozionale, estetico con un libro – entrassero in gioco altri fattori.

E poi c’è un aspetto, forse un po’ desueto, ma che rende questo libro davvero unico. Ed è la parola FINE.

Credo che al lettore piaccia sentirselo dire. È la parola FINE che gli consente di uscire dalla condizione particolare in cui si trova e di tornare alla propria vita.

Se ci pensate, è proprio vero. Quando chiudiamo un libro non sempre tutto finisce lì, nell’ultima pagina. Ci portiamo dentro quello che abbiamo letto per giorni e giorni. Invece, con la parola FINE è più facile renderci conto che è davvero tutto chiuso dentro quelle pagine, e il mondo reale è quello che sta attorno.

Se vi fidate di me, dovete ASSOLUTAMENTE leggerlo. E non rimarrete delusi.