Cosa spinge una madre a cedere la figlia di 6 mesi a qualcun altro? E cosa spinge un’altra madre ad accoglierla in casa sua, crescerla, accudirla, educarla e poi restituirla al mittente? L’Arminuta (nel dialetto abruzzese “la ritornata”) a volte si sente come un pacco, sballottato di qua e di là, tra le braccia dell’una o tra i piedi dell’altra famiglia, sempre in balia di altrui decisioni. Ma una spiegazione c’è sempre e Donatella di Pietrantonio ce la racconta con grande maestria. Ecco, non sarà il Premio Campiello, ma per me L’arminuta vince il titolo di “libro del mese”.

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Ero molto attratta da questo libro, ma non mi ero ancora decisa a metterlo sul comodino. Poi sono stata al Festivaletteratura a Mantova e ho assistito alla presentazione de L’Arminuta con Michela Murgia. E più lei e l’autrice parlavano della storia, dei personaggi, dei risvolti della narrazione… più io sentivo che dovevo assolutamente avere quel libro tra le mani.

Il libro inizia proprio con il ritorno della protagonista alla casa natia, per lei sconosciuta. Orfana di due madri viventi, l’Arminuta (per noi lettori sarà questo il suo nome) narra in prima persona la sua vita, a partire dal secondo abbandono, quello della famiglia che l’aveva a sua volta adottata. Come si può essere così crudeli, penserai tu, ad abbandonare una figlia che era già stata lasciata da una famiglia?

Ripetevo la parola mamma cento volte, finché perdeva ogni senso ed era solo una ginnastica delle labbra. Restavo orfana di due madri viventi. Una mi aveva ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni. Ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. Non sapevo più da chi provenivo.

“Mamma”, una delle prime parole che i bambini imparano a pronunciare in quel marasma di sillabe e suoni che gli escono dalla bocca. Un termine che per lei perde addirittura di significato. Non riesce più a riconoscere sua madre in coleì che, di punto in bianco, l’ha restituita come un oggetto non più gradito. E non riesce neanche a usarla per chiamare l’altra di madre, quella vera, biologica, naturale.

In questo libro la maternità assume risvolti innaturali. Quello che è il rapporto basilare dell’esistenza, tra chi dà la vita e chi la riceve, viene a disintegrarsi e si svuota di ogni senso. La madre e la figlia diventano due estranee che vivono sotto lo stesso tetto. Un po’ come succede in Accabadora di Michela Murgia.

Non l’ho mai chiamata, per anni, Da quando le sono stata restituita, la parola mamma si è annidata nella mia gola come un rospo che non è più saltato fuori. Se dovevo rivolgermi a lei con urgenza, cercavo di catturarne l’attenzione in diversi modi.

I motivi che hanno indotto le due donne a questi abbandoni sono diversi, quasi opposti, e vengono svelati nel corso della narrazione. Mentre il primo può essere giustificabile, e rappresenta una condizione ahimè comune in certi piccoli paesi di provincia, il secondo, quello più doloroso, è rivelato di colpo, quasi per sbaglio, dalla sorellina Adriana, che riporta una conversazione che ha sentito dagli adulti. Ed è come girare il coltello dentro una ferita.

Nel tempo ho perso anche quell’idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro.

L’Arminuta è stato definito un libro sulla resistenza al dolore di esistere e sulla resilienza. Abbandonata due volte, la protagonista si trova catapultata in un mondo che non le appartiene, che non conosce e che non ha niente a che vedere con il suo. In cui regna la miseria, e quasi sempre il cibo sulla tavola non basta per tutti. Dove lei non rappresenta un dono ma solo un’altra bocca da sfamare. Cambiando paese, l’Arminuta perde tutte le amiche del cuore, oltre che l’affetto di una famiglia che per lei era la SUA famiglia.

È costretta a dormire nella stessa camera dei suoi fratelli, lei giovane adolescente nel pieno dello sviluppo, in un letto condiviso con la sorella minore che

ogni sera mi prestava una pianta del piede da tenere sulla guancia. Non avevo altro, in quel buio popolato di fiati.

Ed è proprio la sorellanza a salvarla e a darle la capacità di affrontare e superare un evento così traumatico. Il rapporto con la piccola Adriana inizia sull’uscio di casa, il giorno del suo ritorno. È proprio lei ad aprire la porta e a incrociare per prima i suoi occhi impauriti e spaesati.

Era mia sorella, ma non l’avevo mai vista.

In questo libro così toccante e profondo, Pietrantonio tocca una parte del nostro cuore che io non sapevo neanche di avere. Non è (solo) una storia commovente, è una storia dura, dolorosa, triste. E le parole limate e attentamente levigate, mai scelte a caso, contribuiscono a dare proprio l’idea delle spigolosità e asperità che ci si trova ad affrontare nella vita. In tutta questa sofferenza è bello trovare assieme alla protagonista la forza per sopportare, per andare avanti.

È bello vedere come i libri possono esserci di ispirazione, oltre che di conforto. E come le storie degli altri possono essere tremendamente simili alle nostre.

L’Arminuta trova la sua ancora di salvezza in una sorella che non sapeva nemmeno di avere.

Tu, invece, come hai affrontato i momenti bui della vita? Ti sei mai trovato in una situazione talmente estrema da sembrarti surreale? Hai mai pensato di non riuscire ad uscirne e poi, invece, hai stretto i denti e te la sei cavata? Magari è stato proprio un libro a ispirarti? Se ti va, condividi la tua esperienza qui nei commenti. Potresti essere di ispirazione per qualcuno che si trova in una situazione simile e non sa come uscirne.

Prezzo: EUR 14,88
Da: EUR 17,50